Imprendere la vita

Prefazione di Giampietro Pizzo a "Come un sasso o Come un fiore. Storie di rifugiati e progetti di vita"

Vedere quanto sembra nascosto è compito antico che accompagna ogni ricerca.
Spesso in questi anni l’ “emergenza profughi” ha occultato l’impegno quotidiano di persone, strutture e organizzazioni impegnate nei territori. Ora, mentre la parola rifugiato è così contesa tra chi invoca l’aiuto e chi teme l’invasione, invitiamo a guardare oltre.

 

 

Quando iniziammo a occuparci della condizione dei rifugiati in Italia, il fenomeno appariva ancora limitato, quasi marginale: un tema per addetti ai lavori; un’opera assegnata a chi aveva saputo ascoltare storie complesse, a volte tragiche, spesso senza voce. Il nostro intento è stato dapprima di ricerca: volevamo capire se alcuni strumenti, pensati per ridurre l’esclusione finanziaria, potessero coinvolgere utilmente anche i titolari di protezione internazionale.

 

La sfida conoscitiva era alta. La microfinanza, così come pensata e praticata in tante realtà del mondo, si fonda sulla ricostruzione di una relazione fiduciaria tra chi concede un credito (e leggete, per favore, questa parola nel suo senso più ampio e più autentico) e chi lo riceve. Costruire fiducia significa rimettere in azione linee di comunicazione; vuol dire riconnettere tessuti informativi fragili o addirittura interrotti. D’altro canto, ciò presuppone la condivisione di regole e di risorse; implica lo speculare riconoscimento delle parti coinvolte: esse devono voler far parte di una comune prospettiva, in cui diritti e obblighi siano percorribili e sostenibili per entrambi i soggetti.

 

Proporre questo schema per chi è in fuga, per chi parte di notte, spesso senza bagaglio, non è facile. Questo viaggio, a tratti, disorienta chi lo intraprende; può lasciare il viaggiatore senza capitale - fisico, economico, sociale o simbolico che sia; può renderlo diffidente verso il prossimo; può privarlo – ed è forse la cosa peggiore - di speranza. In ogni caso, si tratta di una prova straordinaria, dall’esito incerto, piena di insidie e di pericoli. Una prova che alcuni non superano.

Chi ce la fa e arriva a destinazione nel paese di accoglienza, è come un naufrago: bagnato, stordito, stanchissimo, forse disperato, ma vivo.
Sul bagnasciuga, di qua dal confine, il primo atto dovuto è il soccorso: un pasto caldo, una coperta, un ricovero. Ma se poi i giorni si fanno tutti uguali e la condizione di assistito si fa permanente, ecco che la condizione di naufrago può lasciare il posto a quella di vinto, a quello stato delle cose cioè in cui la persona che ha trovato rifugio non ha più nulla da chiedere a sé stesso.

Al contrario, rimettere in moto le energie, tante, impiegate nella fuga, e che sembrano sopite nel luogo dell’assistenza, è uno dei pensieri che percorrono la mente di queste persone.

I non-vinti vogliono rimettere in moto sogni, attese, progetti. E’ un passo importante, perché soltanto quando queste domande cominciano a emergere, diventa manifesto qualcosa di più prezioso della richiesta di soccorso. Si apre una nuova fase del viaggio e una nuova interrogazione: posso fidarmi, posso ricevere fiducia? Fiducia nel futuro, fiducia negli altri, fiducia in sé stessi.

 

Di questo ci siamo occupati nel 2010 quando abbiamo cercato di rispondere alla domanda: è possibile dare credito a un rifugiato, cioè è praticabile un percorso di autonomia economica per chi è stato costretto a lasciare la propria terra, i propri cari, la propria vita altrove?

Per rispondere a questo quesito abbiamo dovuto munirci di un lungo elenco delle fragilità ed energie, delle minacce e opportunità che descrivono la condizione e la storia di un rifugiato.
Le abbiamo misurate, quelle forze e fragilità, per capire se il segno poteva, e con quale intensità, essere positivo. Quello che abbiamo cercato era la risposta a una possibilità che aprisse a una relazione fiduciaria proiettata in avanti e non solo all’indietro.

 

 

I risultati dell’indagine sono stati incoraggianti: almeno due gruppi del campione analizzato, quelli che abbiamo denominato i proattivi e i pre-attivi, hanno rivelato un potenziale imprenditivo rilevante (circa il 28%). E accanto un terzo gruppo, i disorientati, che dimostravano di possedere competenze, abilità, risorse ma che faticavano a trovare la strada verso il futuro.

Libretto di educazione finanziaria in arabo redatto dall’Associazione per rifugiati siriani in Libano
Libretto di educazione finanziaria in arabo redatto dall’Associazione per rifugiati siriani in Libano

 

 

Il tema delle capacità non è facilmente trattabile: è ostico tracciarne i confini e descriverne la genesi; è ancora più difficile identificare quali siano le condizioni che facilitano l’emergere di queste risorse oppure che le deprimono. Stabilire quanto di ciò che emerge durante il percorso di autonomia economica della persona abbia a che fare con il passato e quanto invece con lo sforzo di metabolizzare i cambiamenti, è un terreno da indagare con prudenza, senza lasciarsi andare a facili generalizzazioni o alla tentazione di formalizzare modelli.

 

Sull’altro versante, la sfida progettuale mette al centro il rapporto con il tempo: un passato trasformato dal viaggio migratorio; un presente dove vince troppo spesso precarietà e contingenza; un futuro costellato di desideri, aspirazioni e sogni. Le fratture della fuga giocano pesante sul passato e sulle radici; la quotidiana lotta per la dignità combatte strenuamente con l’impellenza dei bisogni e con la condizione di dipendenza che lo stesso quadro istituzionale di accoglienza considera come la strada più facile; infine, la visione del domani è una luce intermittente, posta com’è sotto l’assillo imperioso dell’oggi, un presente che a volte sostiene lo sforzo di ideare un futuro e a volte purtroppo lo deprime e può negarne persino la possibilità.

 

Ma il nostro non è stato un puro esercizio di pensiero. Incalzati dalle ipotesi della ricerca, ci siamo spinti nel mare aperto del lavoro immediato.
Così dalla prima ricerca è nato un progetto-pilota intitolato “Re-Lab: start up your business” durato due anni, che ha coinvolto centinaia di Titolari di Protezione Internazionale (TPI), con le loro storie e aspirazioni. Con loro abbiamo cercato quei segnali che potevano rendere possibile l’impresa.

Chi con noi ha percorso il duro cammino dell’emersione delle capacità (molto di più di quello che normalmente va sotto il nome di formazione) e chi poi si è spinto nella formulazione di un progetto d’impresa, di lavoro e di vita, è stata una piccola ma incoraggiante minoranza. Molti sono rimasti purtroppo ai lati di questa salita, non per colpa loro o per inadeguatezza. Semmai sono purtroppo ancora le strutture e i servizi di supporto a essere insufficienti e inadeguati rispetto ai tempi, ai codici necessari per far emergere le miniere di umanità, di energia, di competenze, di creatività nascoste sotto la crosta del nostro essere nati di qua o di là di un limes assurdo e inutile.

 

Andare avanti con un piccolo drappello di 52 progetti e con una ancora più piccola avanguardia di 14 imprese nate tra il 2013 e il 2014 aveva il compito dichiarato di dimostrare che l’impresa era possibile, che le strade del dialogo, della comprensione, dell’integrazione passano anche dalla sfera economica. Senza alcuna ridondante apologia dell’imprenditore o del far da sé, ma lasciando sempre aperte le porte alle molteplici varianti del percorso di autonomia economica: dalla cooperativa sociale all’auto-impiego, dalla microimpresa all’inserimento lavorativo partecipato.

 

Trasformare il “problema rifugiato” nella “risorsa rifugiato” è il centro della sfida su cui alcune organizzazioni e alcune persone sono oggi impegnate.
Per ridurre al silenzio le strumentalizzazioni securitarie, per neutralizzare la fabbrica dei razzismi, occorre dimostrare che paura ed esclusione sono nemiche delle nostre società, che non ci proteggono affatto ma ipotecano pesantemente il nostro comune destino.

Ecco perché ragionare sull’autonomia economica dei rifugiati è così importante: per aprire subito la porta alla loro libertà e alla nostra sostenibile capacità di sostegno; per formulare in modo strutturale politiche di accoglienza, di welfare e di lavoro capaci di cambiare il segno alla vita di tante persone.

 

Per quello che abbiamo imparato in questi anni, per quello che abbiamo raccontato in un libro dal titolo “Come un sasso o come un fiore” (Ed. Sinopia 2016) che racchiude le storie dei rifugiati coi quali abbiamo lavorato, pensiamo di essere pronti a un salto di qualità; un salto di qualità che prima di ogni altra cosa ha a che fare con la dimensione del fenomeno. Il numero di persone in Italia e in Europa a cui dobbiamo poterci rivolgere ha cambiato di scala: dalle decine di migliaia alle centinaia di migliaia, forse, domani, ai milioni.

Passare da decine di storie a centinaia di migliaia di vite, costruire intere reti imprenditive e non poche unità economiche, è su questo terreno che vorremmo misurare la consistenza di quanto appreso.

 

In Europa da più parti ci arrivano segnali che questo è un buon cammino. Ma accanto all’indicazione della direzione occorrono i materiali per costruire la strada: occorrono coerenti politiche nazionali e comunitarie, occorrono amministrazioni pubbliche attente e dialoganti, occorrono procedure agili e adeguate alla realtà – e non il contrario come purtroppo spesso accade.

Una nuova generazione di progetti in grado di promuovere l’autonomia economica dei rifugiati e dei migranti può darsi solo se l’intera catena dell’accoglienza è coinvolta, se i territori, intesi come la molteplicità di attori sociali, economici e associativi, diventano parte attiva.

Ma il nodo è che per smontare l’odiosa macchina del conflitto sulle risorse occorre rendere manifesta la ricchezza materiale, economica e simbolica che questo approccio può generare.

 

Entrare sul serio in questa dinamica è – lo diciamo senza enfasi – l’unica via per neutralizzare chi erige mura e sostenere invece convintamente chi progetta ponti. Che questo sforzo trovi casa in Europa è parte integrante della storia di questo continente. Una terra da sempre attraversata da popoli in marcia, da culture in espansione, da naufraghi e da reduci, da intellettuali e sognatori.

 

Enea e Dante erano due esuli, Albert Einstein, Hannah Arendt, Walter Benjamin tre rifugiati. Di questa pasta è fatta l’Europa di ieri. Come sarà allora l’Europa di domani?