Educazione Finanziaria

(di Giampietro Pizzo)

 

 

Secondo una recente indagine sull’educazione finanziaria[1], l’Italia figura al 63° posto nella graduatoria internazionale – penultimo tra i paesi dell’Europa occidentale[2]. Si tratta di un segnale allarmante e che deve farci riflettere. Deve far riflettere le istituzioni pubbliche, gli intermediari finanziari, l’intera società civile italiana.

Il nostro Paese è stato a lungo all’avanguardia nella creazione di sistemi finanziari orizzontali, sistemi caratterizzati cioè da un forte radicamento territoriale e animati in molti casi da un potente spirito mutualistico.

La finanza popolare italiana ha rappresentato un punto di forza fondamentale dei processi di sviluppo che il nostro Paese ha sperimentato a partire dalla fine del XIX secolo, con un crescendo particolare nel secondo dopoguerra e culminato negli anni ’80 con il fiorire di distretti territoriali e cluster settoriali di piccole e medie imprese protagoniste del successo internazionale del made in Italy.

Come si è determinato questo apparente paradosso?

La risposta è semplice e, al contempo, molto complessa. La semplicità risiede nel fatto che come qualsiasi altro processo educativo anche quello finanziario non è mai né statico né irreversibile. E’ l’esatta conferma di questa evidenza che abbiamo sperimentato negli ultimi trent’anni.

Un’indagine più approfondita sui caratteri del paradosso – più educazione scolastica meno educazione finanziaria – ci spinge però a cercare utili indicazioni sul versante della complessa dinamica globale dei sistemi finanziari.

Quello a cui abbiamo assistito – in misura crescente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso – è la perdita di centralità nell’organizzazione delle istituzioni bancarie di alcune preziose funzioni di intermediazione creditizia; a questo fenomeno si accompagna la scelta di molte istituzioni finanziarie tradizionali di specializzarsi nella commercializzazione di prodotti finanziari.

Un esempio per tutti: in Italia l’uso delle carte di credito era ancora molto contenuto agli inizi degli anni ’90 e le transazioni in contante erano una pratica radicata nei comportamenti economici e sociali delle famiglie e imprese italiane; eppure, un massiccio impegno commerciale da parte degli istituti finanziari nella promozione di questi strumenti di pagamento, ha modificato nel volgere di pochi anni l’intero assetto di mercato rendendo la loro presenza sempre più rilevante.

Ma se la crescita abnorme delle carte di credito fu il risultato della spinta alla commercializzazione di questo prodotto da parte di banche e istituzioni finanziarie non bancarie, i meccanismi insiti nel loro uso erano pressoché del tutto alieni all’evoluzione della domanda finanziaria della famiglia italiana media. Gli effetti di questo mancato dialogo e di questo vero e proprio mismatch (mancanza di corrispondenza tra offerta e capacità della domanda) sono dolorosamente noti: il crescente e disordinato sovraindebitamento che ha colpito la parte più fragile della popolazione è, in un numero rilevante di casi, attribuibile all’uso improprio di carte di credito revolving o di altri prodotti a esse assimilabili.

Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte – se ne avessimo il tempo –  all’ascesa (anni ’90) e caduta (a seguito della crisi del 2008) dell’offerta di mutui ipotecari o ancora, percorrendo la cronaca più recente, all’uso di alcuni prodotti finanziari d’investimento (dalle semplici obbligazioni subordinate ai prodotti derivati che hanno una struttura più complessa e con una elevata componente di rischio).

Senza voler generalizzare o stabilire strette correlazioni statistiche, intendiamo affermare che la perdita di indirizzo/governo e di controllo nel disegno e nella distribuzione di alcuni strumenti finanziari da parte degli utenti e degli attori sociali, è una plausibile spiegazione dell’attuale insufficienza nel livello educativo finanziario medio degli italiani. Questo deficit diventa particolarmente grave – con le correlate ripercussioni negative – se coinvolge quella parte di popolazione in condizione di media e alta vulnerabilità; quelle persone cioè che si trovano già esposte alle ricorrenti instabilità del contesto economico, sociale e culturale in cui vivono.

Il tema che pensiamo sia utile mettere al centro di qualsiasi lavoro di educazione finanziaria è dunque quello di mettere a fuoco e studiare quale e di che natura sia il divario (gap) tra innovazione e conoscenza. A questa ricerca si accompagna la domanda forse chiave di questo dibattito: chi innova e chi apprende in materia di finanza? Chi possiede i codici interni allo strumento collocato sul mercato e chi invece ne rimane ai margini, subendone passivamente gli effetti, vittima di una strutturale estraneità e incomprensione? [...]

 

Se, come ci ricorda Arthur Cecil Pigou, “la moneta è un velo”, allora vorremmo davvero che quel velo fosse davvero tale, cioè trasparente, con meno pieghe possibili e comunque solo con quelle strettamente necessarie all’ordinario drappeggio dell’abito economico. Perché una grande sfida per una comunità accogliente e solida, è di costruire una società dove la moneta, dimostratasi utile negli scambi ed efficiente nelle funzioni di risparmio e investimento, non prevalga mai sui diritti delle persone.

 


 [1] Financial Literacy around the World, S&P Global FinLit Survey, 2015

[2] L’inchiesta ha coinvolto 150.000 persone in 144 paesi. Il punteggio dell’Italia sui quattro temi analizzati (diversificazione del rischio, inflazione, interesse e calcolo dell’interesse composto) è di 37 su una scala di 100. Peggio di noi, nell’Europa occidentale, solo il Portogallo. La fascia di età tra i 15 e i 34 anni totalizza uno voto leggermente migliore: 47. Preoccupante è il livello di educazione finanziaria delle donne italiane: solo il 30% ha risposto correttamente ad almeno tre dei quattro quesiti.

 


L'ECONOMIA SIAMO NOI OGNI GIORNO

 

Il benessere economico è anche questione di conoscenza. La gestione del denaro, infatti, si può imparare e diventerà uno strumento fondamentale nel corso della vita per compiere scelte consapevoli, che tengano conto dei propri progetti, dei propri limiti e della realtà intorno.

 

Proprio su questa base, Associazione Microfinanza e Sviluppo Onlus muove i propri passi per implementare progetti di Educazione Finanziaria destinati ai giovani, a rifugiati e migranti e più in generale alle categorie vulnerabili ai margini della società.

 

Il sito mfedu.it offre un primo approfondimento su temi che riguardano la gestione personale del denaro, “cose di tutti i giorni”, alle quali dedichiamo poca attenzione ma che possono fare la differenza nel nostro bilancio familiare.