Crisi: le vere vittime della finanza predatoria
di Francesco Terreri
(una versione dell’articolo è uscita sul quotidiano L’Adige del 2/10/2008)
Secondo il Center for Responsible Lending di Durham (Nord Carolina), negli Stati Uniti 2 milioni 200 mila famiglie, un terzo circa di coloro che avevano contratto un mutuo subprime, ha perso o sta perdendo la casa. In Italia il rialzo delle rate dei mutui ha messo in serie difficoltà, secondo l'Istat, il 14% delle famiglie. Gli interessi da pagare sui finanziamenti per l'abitazione sono raddoppiati tra il 2004 e il 2007, mentre negli ultimi due anni gli oneri finanziari per le piccole imprese sono aumentati del 50%. Non è per questi motivi, però, che in questi giorni i banchieri sono agitati. Non è questo a togliere loro il sonno.
La corsa a rassicurare i risparmiatori nell’attuale bufera finanziaria è fatta da dichiarazioni che minimizzano la presenza di titoli a rischio nel portafoglio («Lehman? Ce l'avevamo ma l'abbiamo venduta»), da esaltazioni della prudenza delle banche, da annunci di risarcimento per cifre comunque piccole rispetto ai patrimoni posseduti. Tutte cose ragionevoli, come è ragionevole il sospiro di sollievo per l’approvazione da parte del Congresso Usa del piano di salvataggio da oltre 800 miliardi di dollari che dovrebbe tranquillizzare i mercati.
Eppure non posso evitare un moto di simpatia per Franco Caliz, un giovane sconosciuto ai più, studente alla Florida International University negli Usa, che, come ha raccontato al Sole 24 Ore, ha scritto insieme a molti altri elettori al deputato del suo collegio chiedendogli di votare no al piano Paulson. «Questo piano è per i milionari di Wall Street, non per la gente come me che vive di prestiti e fatica a fare la spesa». C'è un equivoco di fondo, infatti, sul motivo per cui la crisi è scoppiata.
Secondo la versione ufficiale, le banche Usa ad un certo punto si sono messe a prestare soldi a clienti più poveri. Chissà, forse si erano convertite al microcredito. Poi, come era logico che accadesse, quei crediti si sono rivelati rischiosi. Alcune banche si sono trovate in difficoltà, altre sono vittime del panico. In Italia Intesa, Unicredit, le compagnie di assicurazioni, i fondi di investimento si sono semplicemente ritrovati qualche titolo bancario Usa in un portafoglio sano. Non è colpa loro se ora le quotazioni vanno male.
La versione ufficiale, però, non regge ad un esame più attento. Le banche Usa non si sono messe a scimmiottare malamente Muhammad Yunus. Hanno fatto tutta un'altra cosa: hanno rivenduto il rischio sui mercati finanziari, sotto forma di pacchetti sui mutui. Nel momento di massimo splendore, erano una massa di 550 miliardi di dollari su un totale di cartolarizzazioni di oltre 2.000 miliardi. Solo alcuni di essi erano «avvelenati» dai subprime. Gli altri, tripla A, sono stati comprati anche dalle nostre banche e dai nostri fondi, che non ci hanno perso, ci hanno guadagnato in un gioco speculativo su larga scala. E non è su questi che oggi stanno perdendo.
Ora è scoppiata la crisi di fiducia reciproca tra le istituzioni finanziarie perché non si sa esattamente dove sono finiti i pacchetti «tossici». Ma il paradosso della crisi è che i prodotti che l'hanno messa in moto, i pacchetti di mutui, purché non subprime, sono tra quelli oggi più «tranquilli». Non c'è quindi da preoccuparsi. I governi salveranno questa finanza predatoria, come la chiamano senza mezzi termini negli Usa. Sul campo resteranno i danni collaterali: artigiani che faticano a lavorare, persone che perdono la casa.
Ma qualcuno che a quel gioco non ha giocato c'è. Negli Stati Uniti Self-Help, istituzione finanziaria di comunità del Nord Carolina, e fondi etici come Trillium Asset Management e Pax World avevano portato fin dai primi anni duemila la protesta sui «prestiti predatori» nelle assemblee dei colossi finanziari. Tra i fondi di investimento italiani, Etica Sgr ha scelto, non adesso ma negli anni scorsi, di non comprare titoli della finanza Usa. E Yunus, al World Microfinance Forum di Ginevra, ha dichiarato: «La microfinanza continua a funzionare. Non è colpita dalla crisi perché è ancorata all’economia reale». È ora che queste cose da poveracci «subprime» escano dalla nicchia.
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