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Dal villaggio a Wall Street?

di Francesco Terreri

Questo articolo è uscito nel numero di agosto 2007 di Ilaria, Rivista della cooperazione italiana

Abidjan – Marie Laure Taigba, Nina Noelle Boni, Rose Esse Epse, Léontine Bohou, Suzanne Adjagbe, Djeneba Bamba, Agathe Djiraké, Michelle Guieou, Josiane Hie Doua, Marie-Laure Kouassi, Annie Joëlle Loue e Jeannette Makou sono giovani sarte che lavorano a domicilio nella bidonville di Derrière Wharf (“Dietro il molo”), municipalità di Port-Bouët, ad Abidjan, la capitale economica della Costa d'Avorio. A Derrière Wharf, tanto per rendere l'idea, oltre il 40% della popolazione presenta sindrome malarica e oltre il 20% sindrome diarroica, ma un centro sanitario pubblico è stato aperto solo alla fine di giugno 2007 e solo grazie a finanziamenti francesi. In Costa d'Avorio i soldi pubblici vengono bruciati dalla corruzione. Quanto ai guadagni privati ottenuti dal commercio di cacao o di petrolio, su quelli si combatte da tempo un conflitto interno, spesso cruento, e un braccio di ferro con le grandi compagnie internazionali.

Marie Laure e le altre, tuttavia, stanno tentando qualcosa di più: si sono organizzate in cooperativa per vendere i loro prodotti e servizi. E da due anni altre tre piccole cooperative di ragazze, parrucchiere, pasticcere e operatrici informatiche, sono sorte attorno all'attività del centro di formazione professionale delle missionarie di S. Antonio Maria Claret, con l'appoggio di organizzazioni italiane di volontariato come il Comitato di Collegamento di Cattolici e l'Associazione Microfinanza e Sviluppo e con l'aiuto di tre artigiani italiani, associati a Confartigianato e a Cna, che sono andati per un mese ad Abidjan a tenere un training formativo alle allieve del corso. Ora però queste cooperative e tante altre microimprese individuali e familiari hanno bisogno per crescere di servizi finanziari e imprenditoriali. Inutile, come al solito, pensare alle poche filiali di grandi banche presenti ad Abidjan. Ma anche di istituzioni di microcredito in Costa d'Avorio ce ne sono ancora poche e sottocapitalizzate: piccole casse di risparmio e credito con l'equivalente di 50 mila o 100 mila euro di volume di attività.

Viceversa, il 20 aprile 2007 l'istituzione di microfinanza messicana Banco Compartamos ha avviato la prima offerta pubblica di vendita delle sue azioni alla Borsa di Città del Messico. Con la vendita del 30% delle azioni, la nuova banca ha raccolto 450 milioni di dollari, portando il valore dell'istituto a 1 miliardo 400 milioni di dollari. Compartamos ha fatto la sua «corsa» da piccola organizzazione di microcredito a banca di microfinanza in otto anni, tenendo sotto controllo i costi, mettendo da parte gli utili e cercando investitori internazionali che gli dessero fiducia. Ora finanzia 600 mila microimprenditori poveri ed è sostenibile sul piano economico.

L'ingresso sul mercato dei capitali di Banco Compartamos ha aperto un vivace dibattito nel movimento mondiale del microcredito. Secondo il premio Nobel Muhammad Yunus, la notizia dell'offerta pubblica di vendita di Compartamos è «scioccante». Il rischio, per Yunus, è che per mantenere la «credibilità» dell'istituzione sul mercato dei capitali si debbano applicare tassi di interesse troppo elevati e si perda la missione del microcredito. Invece Maria Otero, presidente di Acción, uno dei maggiori network internazionali di microfinanza, plaude alla scelta di Compartamos: «i soci non profit sono stati premiati dagli investitori». Proprio il fatto che Compartamos possa procurarsi capitali in modo efficiente e a buon mercato è per Otero la via per tenere bassi i tassi di interesse ai destinatari dei microcrediti.

La microfinanza oggi nel mondo si muove tra questi due estremi: i primi passi in Costa d'Avorio e l'approdo in Borsa in Messico, «dal villaggio a Wall Street». Tali sono le sfide e le contraddizioni che si trova davanti un'esperienza «plurale» ormai uscita dalla fase della testimonianza.

Outreach, ovvero quanti poveri si raggiungono

Secondo l'ultimo rapporto della Microcredit Summit Campaign, presentato al Global Microcredit Summit di Halifax (Canada) del novembre 2006, i programmi e le istituzioni di microfinanza nel mondo alla fine del 2005 sono 3.133 e raggiungono complessivamente 113 milioni di destinatari in Asia, Africa, America Latina, Est europeo, Europa occidentale e Stati Uniti. Di essi, quasi 82 milioni sono sotto la soglia di povertà assoluta e l'84% sono donne.

Le fasce di micromprenditori poveri raggiunti, tuttavia, sono molto diverse da zona a zona. La gran parte dei destinatari è in Asia e si concentra in pochi paesi, anche se molto popolosi, come l'India, il Bangladesh, l'Indonesia. Si stima che in questa area le istituzioni di microcredito abbiano servito almeno una volta il 47% dei nuclei familiari più poveri. Per arrivare a questo risultato occorre tenere presente il peso delle banche pubbliche che governi come quello indiano hanno messo in gioco. In India la sola Nabard, National Bank for Agriculture and Rural Development, che gioca un ruolo chiave nello sviluppo del movimento dei self-help group, i gruppi di mutuo aiuto, ha oltre 33 milioni di clienti totali, di cui 26 milioni sotto la soglia di povertà assoluta.

Le cose vanno diversamente in altre aree del mondo. In America Latina la microfinanza raggiunge meno del 15% dei destinatari potenziali. In Africa siamo al 9%, nei Balcani e nell'Asia centrale ex sovietica al 2-3% del totale, anche se la quota è in rapida crescita. Poi ci sono i vecchi e nuovi poveri dei paesi più ricchi. In Italia circa 3 milioni di famiglie non hanno un conto corrente né in banca né in posta. Anche se il collegamento non è automatico, gli esperti ritengono questo un indicatore significativo di esclusione finanziaria. Tra le categorie a rischio ci sono le microimprese, soprattutto nel Mezzogiorno, i lavoratori atipici e le nuove partite Iva, le donne soprattutto se sole con figli, gli anziani, gli immigrati. E il microcredito nel nostro paese vale, secondo le stime più ottimistiche, appena 75 milioni di euro con 8.000 prestiti.

Attualmente l'offerta di microfinanza stimata nel mondo è pari a 1,7 miliardi di dollari, un valore che sale fino a 5 miliardi di dollari se si considera l'impegno crescente di banche di sviluppo, soprattutto in paesi come l'India o l'Egitto. Ma la domanda di microfinanza è stimata in almeno 100 miliardi di dollari per circa 500 milioni di microimprese. Il gap quindi è ancora pari al 95% della richiesta potenziale.

Commercializzazione, ovvero dove si prendono i soldi

Come chiudere il gap? Sempre meno con donazioni e fondi sussidiati, in parte con i profitti reinvestiti ma soprattutto attraverso il risparmio locale e i capitali forniti da investitori etici e anche commerciali. Basandosi su un campione di 200 istituzioni di microfinanza, il Microbanking Bulletin del Cgap, il consorzio di agenzie internazionali che segue il settore, ha calcolato negli ultimi tre anni una diminuzione dal 44 al 36% del peso del capitale proprio sulle fonti di finanziamento. Nel capitale proprio si concentrano in larga misura le donazioni. Viceversa il risparmio raccolto sul posto è cresciuto dal 16 al 17,5%, mentre i finanziamenti a condizioni di mercato sono saliti da meno del 40 al 46%.

La novità più importante, in realtà, è la mobilitazione del risparmio locale. I poveri risparmiano: secondo l'Undp, il programma dell'Onu sullo sviluppo, i poveri assoluti mettono da parte in media, in denaro o in natura, il 15% del loro reddito. Il risparmio raccolto a volte è sorprendente. Kafo Jiginew (Unione dei granai, in lingua bambara), la rete di 128 casse di villaggio alla cui fondazione ha partecipato anche l'ong italiana Mani Tese, raccoglie dai produttori di cotone del sud del Mali, i cui guadagni si aggirano sui 16 centesimi di dollaro per libbra (mezzo chilo di prodotto grezzo), 12 milioni di euro di risparmio. I prestiti ammontano a 18 milioni di euro con solo il 7% di crediti in sofferenza.

Ma l'altra tendenza innovativa è il passaggio dalle donazioni all'investimento in microfinanza. Ci sono circa 80 organizzazioni e fondi che investono nel microcredito. Pochi ancora quelli italiani: Etimos (Banca Etica), Cresud (Botteghe del mondo), alcune Banche di credito cooperativo. Per questo si stanno sviluppando nuovi servizi come quello del rating, finanziario e sociale, delle istituzioni di microfinanza. L'obiettivo è la trasparenza di questo nuovo mercato socialmente responsabile. Nel 2006, ad esempio, il lavoro di Microfinanza Rating srl, l'unica italiana tra le agenzie di rating al microcredito, ha facilitato investimenti in 16 istituzioni di microfinanza, che servono 181 mila microimprenditori, per 21 milioni di euro. Tra i principali investitori, la finanziaria etica olandese Oikocredit, il fondo di investimento svizzero Responsability Global Microfinance Fund, il fondo per i prestiti alle microfinanziarie di Deutsche Bank Usa e anche alcune banche tradizionali di paesi in via di sviluppo, ad esempio in Marocco, in Nicaragua e in Georgia.

Tra rischio sovraindebitamento e sviluppo imprenditoriale

La crescita del microcredito deve andare di pari passo con lo sviluppo delle microimprese servite e delle comunità in cui sono inserite, altrimenti si corre il rischio di una sovraesposizione finanziaria che può produrre dei problemi. Qualche anno fa la microfinanza è entrata in crisi in Bolivia, dove pure si è sviluppata una delle esperienze pionieristiche, come la Grameen Bank del Bangladesh: Prodem, poi divenuta Bancosol. La crisi delle istituzioni di microcredito è stata prodotta dalla recessione economica, ma anche dell'elevata concorrenza tra «microbanche» e dall'eccessivo indebitamento dei clienti.

Non è un caso che oggi si parli di microfinanza come termine più comprensivo di microcredito, in quanto ci si riferisce all'accesso ad un complesso di servizi finanziari e non solo al prestito in senso stretto: gestione del risparmio, microassicurazioni, gestione delle rimesse degli emigranti, microleasing, «housing microfinance» dedicata alle abitazioni. Ma soprattutto la microfinanza ha bisogno sempre più di collocarsi in un contesto di sviluppo locale. Quando migliaia di piccoli artigiani da tutta l'Africa si mettono in mostra ogni due anni a Ouagadougou, alla fiera dell'artigianato africano, abbiamo a che fare con migliaia di imprese che hanno bisogno di servizi di commercializzazione e di crescita imprenditoriale e non solo puramente finanziari. In questo senso, il collegamento tra microcredito e commercio equo e solidale è una delle principali strade da battere.

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