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Agro-alimentare: la battaglia del valore aggiunto

Rapporto della Banca Mondiale: 230 miliardi di dollari di sussidi agricoli nei paesi ricchi. Ma la partita si gioca soprattutto sul controllo del settore dei prodotti lavorati e sulla qualità. Il ruolo della microfinanza

Francesco Terreri

A Mombasa, in Kenya, all'ultima mini-ministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) svoltasi il 3 e 4 marzo, i paesi poveri sono tornati a chiedere con forza a quelli ricchi di tagliare i sussidi all'agricoltura, che consentono vere e proprie forme di dumping (vendite sottocosto) e quindi di concorrenza sleale verso i produttori del Sud del mondo. "Non ci basta sentir dire che le sovvenzioni verranno tagliate, vogliamo sapere quando e in che misura" ha dichiarato il ministro ruandese del commercio Manasse Nshuti che guida in questo momento il comitato per il commercio dei 53 paesi dell'Unione Africana. Un recente rapporto della Banca Mondiale afferma però che i paesi ricchi potrebbero mettere fuori mercato i produttori poveri non solo grazie al protezionismo agricolo ma anche grazie al controllo oligopolistico del settore degli alimenti lavorati.

Ribaltone nei mercati agricoli
Secondo il rapporto "Global Agricultural Trade and Developing Countries", reso pubblico a gennaio, da qui al 2015 - l'anno degli "Obiettivi di sviluppo del millennio" delle Nazioni Unite, primo tra tutti il dimezzamento della povertà estrema - se il mercato agro-alimentare mondiale proseguirà senza mutamenti nelle politiche attuali per i paesi poveri sarà un disastro. Il commercio alimentare, che oggi vede un surplus dei paesi in via di sviluppo rispetto ai paesi ricchi di 16,6 miliardi di dollari, cambierà di segno in modo netto: i paesi ad alto reddito passeranno ad avere un surplus di 50,4 miliardi di dollari rispetto al mondo povero. In sostanza i produttori poveri saranno messi fuori mercato e il Sud del mondo dovrà ulteriormente indebitarsi per comprare all'estero cibo e prodotti agricoli.
Il motivo del ribaltone è il seguente: i paesi poveri vendono ai paesi ricchi più di quanto non acquistino da loro solo nel campo delle materie prime agricole (+24,3 miliardi di dollari) ma non in quello degli alimenti lavorati, dove sono già oggi in deficit per 7,7 miliardi. Ed è proprio questo il comparto che produrrà il rovesciamento della situazione: tra dieci anni, prevede la Banca Mondiale, i paesi ricchi avranno un avanzo nei prodotti trasformati di 53,5 miliardi, di fronte al quale sparirà il piccolo surplus di 3,1 miliardi che rimarrà al Sud del mondo nei prodotti primari.
Lo studio della Banca Mondiale individua nell'esteso sistema di protezioni doganali e sussidi alle produzioni il fattore principale che oggi distorce i mercati agricoli e impoverisce i paesi produttori del Sud del mondo. Il complesso dei sostegni pubblici all'agro-alimentare nell'area Ocse raggiunge i 230 miliardi di dollari, il 46% del valore del mercato mondiale del settore. Latte e latticini da soli ne ricevono 41 miliardi, lo zucchero 6,4 miliardi. In un mercato come quello del cotone, che vale 20 miliardi di dollari, i sussidi ai produttori negli Stati Uniti e in Europa ammontano a 4,4 miliardi, più di un quinto del totale. Se fossero aboliti, sostiene il rapporto, i redditi dei coltivatori cotonieri dell'Africa centrale e occidentale crescerebbero complessivamente di 250 milioni di dollari.

Il caffè "ecofriendly"
Ma la partita si gioca anche, e non poco, sul controllo dei comparti produttivi a maggior valore aggiunto, quelli dei prodotti agricoli trasformati. Qui oggi dominano gli oligopoli agro-alimentari, impegnati in processi di concentrazione verticale che vedono i traders ampliare l'attività verso fasi più industriali (un esempio: la tedesca Neumann, attualmente il maggiore commercializzatore mondiale di caffè), i trasformatori allargarsi alla fase di commercializzazione a monte e di distribuzione al dettaglio a valle (Nestlè), la grande distribuzione accrescere il proprio peso, tutti incrementare la presenza sui mercati finanziari a termine.
D'altra parte si muovono anche i coltivatori dei paesi poveri. Come ricorda lo stesso rapporto della Banca Mondiale, ormai dal 6 all'8% della produzione di caffé è oggi commercializzata attraverso canali non tradizionali: commercio equo e solidale, prodotto biologico, ecofriendly, specialità da gourmet. Ambiti dove le remunerazioni sono stabilmente più elevate per i produttori. E prodotti non tradizionalmente "coloniali" come quelli ortofrutticoli costituiscono ormai il 21% delle esportazioni agro-alimentari dei paesi in via di sviluppo.
Il rapporto ricorda che la produzione differenziata, tipica, di qualità, a maggior valore aggiunto, ha bisogno delle necessarie infrastrutture, prima di tutto servizi commerciali e finanziari. Cresce quindi l'importanza della nuova finanza per i microimprenditori poveri, la microfinanza. L'ultimo censimento (fonte il Segretariato del Microcredit Summit) conta nel mondo 2.931 programmi di microcredito che raggiungono oltre 80 milioni di persone, di cui 54 milioni 785 mila sotto la soglia internazionale di povertà e l'82,5% donne.

Le microbanche dei contadini
Sono in grado queste nuove microbanche di fornire adeguati servizi finanziari ai produttori delle grandi filiere agro-alimentari? "Nella regione cotoniera africana - spiega Aldo Moauro di Microfinanza srl - reti di banche rurali come la maliana Kafo Jiginew (Unione dei granai, in lingua bambara) operano ormai da dieci anni e raggiungono quasi 100 mila clienti, con l'equivalente di 21 milioni di dollari di prestiti e di 13 milioni di dollari di risparmio raccolto. Tuttavia in termini quantitativi il volume d'affari di tutta la microfinanza dell'Africa occidentale corrisponde al 60% del fabbisogno della filiera del cotone".
C'è poi la necessità di articolare i prodotti finanziari, come sta facendo ad esempio EcoLogic Finance, il principale investitore non profit statunitense nelle comunità rurali latino-americane, che sostiene in modo particolare i produttori di caffé e cacao biologici. Ma gli investimenti per diversificare e orientarsi verso la qualità richiedono maggiore stabilità nei prezzi. "Lo strumento ideale - aggiunge Moauro - sarebbe abbinare al prestito una copertura del rischio di prezzo, collegando il rimborso del capitale e dell'interesse al trend dei prezzi della materia prima e rendendo così il microcredito sostenibile anche in caso di calo delle quotazioni". Per far ciò occorre un maggiore coinvolgimento delle banche. "Non a caso il 18 novembre scorso a Milano abbiamo aperto l'Anno internazionale del microcredito 2005 avviando il confronto tra istituzioni di microfinanza e banche italiane e internazionali".




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