In affari con Khartoum
di Francesco Terreri
Mentre nel Darfur infuriano le violenze, c'è
chi con il regime al potere in Sudan fa buoni affari in campi come
il petrolio, le armi, le tecnologie sensibili: dalla Cina alla Malaysia,
dal Canada alla Russia, dalla Gran Bretagna all'Italia. Che risulta
il terzo cliente della produzione petrolifera sudanese, mentre la
joint venture italo-britannica Alenia Marconi Systems fornisce a Khartoum
sistemi radar per il controllo del traffico aereo. Apparecchiature
da 22 milioni di euro installate in aeroporti che sono anche militari.
In Sudan, e in particolare nella regione occidentale del Darfur, è
emergenza umanitaria per le migliaia di profughi che fuggono dalle
loro case, raggiungendo anche il vicino Ciad, a seguito della campagna
di violenza e di terrore contro i civili da parte delle milizie armate
Janjaweed sostenute dal governo di Omar al-Bashir. Dall'inizio della
crisi nel febbraio 2003 - ci informa Medici Senza Frontiere che opera
in zona nei campi profughi (www.msf.it)
- almeno un milione di persone ha abbandonato la propria casa e di
esse circa 130 mila sono scappate in Ciad.
Il governo sudanese, che deve farsi perdonare altre guerre interne
(2,2 milioni di morti dal 1983 secondo stime Onu) e una lunga convivenza
con il terrorismo islamista e Osama Bin Laden, è sotto pressione
da parte di Nazioni Unite, Unione Africana, Stati Uniti, ma nessun
provvedimento è stato finora adottato. L'11 luglio è
stato raggiunto un generico accordo col governo del Ciad in cui Khartoum
si impegna a "prevenire le violenze". L'Unione Europea,
dal canto suo, sembra fredda sul problema dei profughi, come ha mostrato
l'atteggiamento di Italia, Germania e della neo-entrata Malta nel
caso della nave tedesca Cap Anamur.
Nel campo degli affari invece la situazione dei diritti umani in Sudan
non sembra ispirare particolari cautele. Dal 1999, dopo anni di esplorazioni
e di limitata produzione per l'interno, è attivo il più
importante bacino di estrazione petrolifera per l'esportazione, quello
di El Muglad, 800 km a sud-ovest di Khartoum. La produzione, trasportata
al terminale di Suakin sul Mar Rosso da una pipeline di 1.600 km,
fa capo al consorzio Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnpoc)
che ha come soci le compagnie di stato cinese China National Petroleum
Corporation (40% del capitale) e malaysiana Petronas (30%),
la società privata canadese Talisman Energy (25%) e
la Sudan National Petroleum Corporation (Sudapet) del governo
di Khartoum con il restante 5%. Un secondo consorzio che sta attivando
campi petroliferi in un'area vicina comprende la International Petroleum
Corporation, controllata dalla svedese Lundin Oil (40,375%),
di nuovo la Petronas (28,5%), l'austriaca Ömv Sudan (26,125%)
e la Sudapet (5%). Mentre la Talisman è stata penalizzata in
Borsa dai fondi di investimento socialmente responsabili per la sua
attività in Sudan, Lundin e Ömv hanno espresso molti dubbi
sulla possibilità di proseguire le operazioni se non migliora
la situazione dei diritti umani e delle violenze nel paese.
L'italiana Eni era stata tra le prime compagnie a cercare il
petrolio in Sudan nella seconda metà degli anni '50. Apparentemente
si è sfilata dalla partita proprio quando stavano arrivando
i risultati: nel 1999 l'Agip Sudan è stata ceduta alla Gapco,
Gulf Africa Petroleum Corporation, una società di Mauritius
controllata da due uomini d'affari tanzaniani, i fratelli Kotak. Apparentemente,
appunto. Perché negli anni successivi l'Italia è diventato
il terzo cliente della produzione petrolifera sudanese.
Secondo i dati Istat sul commercio con l'estero, l'Italia ha acquistato
tra il 1999 e il 2003 petrolio da Khartoum per oltre 144 milioni di
euro: 24,6 milioni nel '99, 14,4 milioni nel 2000, 13,2 milioni nel
2001, 54,8 milioni nel 2002 e 37,1 milioni nel 2003. Il Sudan è
entrato tra i primi venti fornitori del nostro paese. Ma tra i clienti
dello stato africano siamo al terzo posto. Secondo le statistiche
doganali Onu (Comtrade), le entrate sudanesi da esportazioni di petrolio
superano ormai il miliardo di dollari. Nel 2002, ultimo dato disponibile,
il primo cliente è stata la Cina per quasi 940 milioni di dollari,
seguita da Singapore con 65 milioni mentre gli acquisti italiani sono
valutati 52 milioni di dollari e il partner successivo, gli Emirati
Arabi Uniti, è a 45 milioni di dollari.
Al tempo stesso Khartoum si approvvigiona di armi da Russia, Iran,
Cina ma anche Lituania (altra new entry nell'Ue), Gran Bretagna, Svizzera.
Nel 2001 sono arrivati in Sudan dalla Federazione Russa, via Bielorussia
(che l'ha comunicato al Registro Onu dei trasferimenti di armi convenzionali),
20 carri armati T-55M. Nello stesso anno, secondo i dati Comtrade,
la Gran Bretagna ha fornito 420 mila dollari di munizionamento. Nel
2002 armi e munizioni sono stati esportati da Svizzera (4,3 milioni
di dollari), Cina (2,2 milioni), Iran (1,5 milioni). Sempre nel 2002,
secondo gli istituti di ricerca specializzati, tra Sudan e Russia
sarebbe stato siglato un accordo di cooperazione militare e Khartoum
avrebbe ordinato 12 cacciabombardieri MiG-29s, mentre dalla Lituania
sarebbero arrivati elicotteri Mi-8.
Il 20 febbraio 2001 Alenia Marconi Systems, la joint venture
paritetica tra la britannica Bae Systems e l'italiana Finmeccanica,
annuncia di aver ricevuto una commessa da 15 milioni di sterline (oltre
22 milioni di euro) dalla Sudanese Civil Aviation Authority per la
seconda fase del Programma di implementazione del sistema radar civile,
dopo aver concluso tre anni prima la prima fase, cioè la fornitura
di attrezzatura radar per l'aeroporto di Khartoum. La seconda fase
prevede l'installazione di radar di sorveglianza e di controllo del
traffico aereo negli aeroporti di El Obeid, al centro del paese verso
la zona petrolifera, Port Sudan, sul Mar Rosso, e Juba, all'estremo
sud.
Nel 2002 l'Italia risulta la prima fornitrice di radar al Sudan con
materiale del valore di 4 milioni di dollari. Ma sulla natura solo
civile dei sistemi forniti sorgono forti dubbi sollevati anche nel
Parlamento britannico, ad esempio il 4 novembre 2002 alla Camera dei
Lord dall'interrogazione di Lord Alton che mette in relazione la fornitura
dei radar e quella russa dei velivoli MiG-29. Sia El Obeid, sia Port
Sudan, sia Juba sono aeroporti utilizzati dalla Sudan Air Force. E
l'aviazione di Khartoum bombarda anche i villaggi del Darfur: il 4
giugno un mediatore del Ciad racconta all'Agenzia France Presse dell'attacco
di aerei ed elicotteri su Tabet, nel nord. Obiettivo: il mercato in
piazza.
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