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55 mila microimprenditori immigrati in Italia
Cna: assistenza allo start-up e accesso al credito problemi centrali

Con un commento di Mameli Biasin

Secondo un'analisi di Cna, la Confederazione Nazionale dell'Artigianato, che sta curando con la Caritas il capitolo sul lavoro autonomo per il prossimo "Dossier Statistico Immigrazione", i cittadini stranieri, comunitari e extracomunitari, iscritti alle Camere di Commercio come titolari di imprese sono 54.785.
Milano e Roma, capitali dell'immigrazione in generale, sono anche le province di maggior concentrazione degli immigrati imprenditori, rispettivamente con 9.022 e 4.968 casi. Province con oltre mille imprenditori immigrati sono Bologna, Verona, Brescia, Treviso, Prato, Caserta, Reggio Emilia, Modena, Vicenza, Catanzaro e Parma. Con più di 500 imprenditori troviamo Varese, Padova, Cuneo, Ravenna, Venezia, Catania e Mantova. Le Regioni che, con la Lombardia e il Lazio, si caratterizzano per un alto numero di imprenditori immigrati sono l'Emilia Romagna, il Piemonte e il Veneto.
Come nazionalità - qui ci si riferisce ai permessi di soggiorno per lavoro autonomo - si va dai 17.916 del Marocco ai 10.039 della Cina, ai 6.878 del Senegal ai 4.950 dell'Albania. La Romania ne conta 3.459, l'Egitto 3.312. Sopra i 2.000 ci sono Nigeria, Tunisia e Germania mentre sopra i 1.000 troviamo Jugoslavia, Stati Uniti, Perù, Francia, Bangladesh, Pakistan e Algeria.
In termini di attività, il settore che prevale è il commercio al dettaglio con un'incidenza del 28,4% sul totale, mentre le imprese di costruzioni e impiantistica sono il 19,3% e quelle di abbigliamento il 5,6% del totale. Vi sono, poi, delle particolarità regionali: ad esempio, la pesca ha una notevole rilevanza in Sicilia.
Statisticamente i nordafricani sono maggiormente presenti nel settore della ristorazione, i cinesi nella attività commerciali, i bengalesi e pakistani nell'ambulantato e nelle piccole attività commerciali. Per alcuni grandi gruppi di immigrati, come nel caso dei filippini, è più limitata la propensione ad una imprenditoria di tipo classico, anche se rivelano una "mentalità di microimprenditorialità" nel mettersi a disposizione di più famiglie per i lavori domestici e di assistenza.
La via al lavoro autonomo si è diffusa in maniera significativa solo nel periodo più recente: 5 titolari su 6 risultano iscritti alle Camere di Commercio dopo il 1990. È stata la legge 39/1990 infatti a derogare al requisito della reciprocità e a concedere agli immigrati "regolarizzati" la facoltà di esercitare un'attività in forma autonoma.
Come forma giuridica aziendale prevalgono le società di persone, micro e piccole imprese appunto, mentre sono molto meno ricorrenti le società di capitale che, per il fatto di presupporre mezzi difficilmente a disposizione degli immigrati, sono sostanzialmente circoscritte alla Lombardia e al Lazio.
La maggior parte dei microimprenditori immigrati sono concentrati nella fascia di età tra i 30 e i 49 anni e questo perché si richiede una certa esperienza professionale, ma anche una disponibilità economica, per poter iniziare a muoversi in proprio. Gli ultracinquantenni sono l'11% del totale mentre le donne sono più di 9.000 (il 16% del totale).
Tra gli problemi che i nuovi imprenditori devono affrontare c'è quindi quello della disponibilità dei capitali. Nella recente prima Conferenza europea sugli imprenditori appartenenti a minoranze etniche, David Yepmo, di Cna Immigrazione, ha ricordato "la mancanza di fiducia che spesso le banche mostrano e le crescenti difficoltà nell'ottenere crediti o mutui fondamentali per iniziare la propria attività".
"Il rapporto banca-impresa in Italia è stato identificato con il credito commerciale, mentre è stato largamente trascurato il ruolo di "merchant bank", di banca di sostegno ai progetti imprenditoriali" commenta Mameli Biasin di Microfinanza srl. "Questa carenza genera numerosi problemi nel campo dell'innovazione e dello start-up di nuove iniziative imprenditoriali, ma diventa particolarmente grave quando si parla di immigrati, di fasce povere di popolazione e, per altri versi, di aree come il Mezzogiorno".
"È giunto il momento di esplorare in questo campo l'utilizzo di strumenti come la microfinanza, che altrove, in situazioni certamente più difficili e talora disastrose, sta dimostrando la sua efficacia per migliorare il tessuto economico e la qualità della vita. Nei circuiti del microcredito troviamo presupposti e linee operative che affrontano in modo innovativo la questione del rischio e del finanziamento di nuove attività, come ad esempio:
- tradurre le attività di sopravvivenza delle fasce più povere di popolazione in progetti imprenditoriali;
- accompagnare la fornitura di credito con la formazione del microimprenditore e la consulenza al ||progetto d'impresa;
- valorizzare la responsabilità individuale e collettiva, soprattutto attraverso garanzie di gruppo. Questo ||meccanismo di controllo della comunità - che il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz chiama ||"monitoraggio dei pari" - disincentiva comportamenti di moral hazard. In sostanza, al patrimonio ||materiale si sostituisce, come garanzia, un patrimonio relazionale;
- mobilitare il risparmio anche partendo da piccole cifre e piccoli impegni;
- puntare a rendere sostenibile il circuito creditizio sia sul piano sociale che sul piano finanziario;
- inserire la crescita delle micro e piccole imprese in un quadro di sviluppo locale".


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