Costa d'Avorio: la guerra
dei traders e i piccoli artigiani
Cosa c'entra il cacao della Costa d'Avorio
con la Montedison, le Assicurazioni Generali e Mediobanca? C'entra,
perché chi sta guadagnando alla grande dalla fiammata dei prezzi
del "cibo degli dei" sono gli stessi colossi, statunitensi
e francesi in primo luogo, protagonisti di clamorose scalate societarie
attorno ai gioielli di famiglia della finanza e dell'industria italiane.
Ora che, dopo sei mesi di conflitto interno tra governo e milizie ribelli
del nord e dell'ovest del paese, la Costa d'Avorio si avvia verso una
precaria stabilizzazione, forse la corsa dei prezzi si fermerà.
Certo su queste basi dalla miseria non si esce. E se invece - dice una
originale coalizione di associazioni, missionari e banche italiane -
puntassimo sul vasto tessuto della piccola impresa artigiana?
Il
rally del cacao
Il prezzo del cacao è ormai da sei mesi a livelli record, oltre
i 2.000 dollari la tonnellata. All'inizio del 2002 (media primo trimestre
sul mercato di New York) era ancora a 1.437 dollari. A dicembre era
a quota 2.019, a febbraio ha raggiunto i 2.243 dollari. Nel mese di
marzo i prezzi hanno cominciato a raffreddarsi, tornando sotto i 2.000
dollari e ad aprile oscillano attorno a questo livello.
Il mercato mondiale - dicono gli analisti - vede da tre anni una domanda
superiore all'offerta. Ma questo non basta a spiegare il boom dei prezzi:
nel 2001 il deficit non impediva quotazioni sotto i 1.000 dollari. Anzi
gli ultimi dati mostrano che la stagione 2002/2003 potrebbe chiudersi
addirittura con un surplus di offerta: 3 milioni 40 mila tonnellate
di produzione contro 2 milioni 995 mila di richiesta secondo il rapporto
di aprile della casa britannica E.D.&F. Man.
C'è invece una causa specifica di turbativa: il conflitto scoppiato
il 19 settembre 2002 in Costa d'Avorio - che è il primo produttore
mondiale di cacao con il 40% del totale - tra governo centrale e milizie
armate nel nord e nell'ovest del paese. In realtà il calo di
produzione dovuto al conflitto non sembra esserci stato: rispetto a
1 milione 240 mila tonnellate prodotte nella stagione 2001-2002, nel
2002-2003 la Costa d'Avorio dovrebbe attestarsi su 1 milione 300 mila
tonnellate. Anche la produzione mondiale non è diminuita, grazie
in particolare agli incrementi di produzione in Ghana e in Indonesia.
Insomma la fiammata dei prezzi ha avuto una componente di anticipazione
speculativa.
I piccoli coltivatori ivoriani, oltre 5 milioni di persone, non ci guadagnano
però - come al solito - granché. In primo luogo perché
loro nella guerra ci sono in mezzo. In secondo luogo perché il
prezzo minimo di acquisto delle fave di cacao è stato alzato
dalla Borsa ivoriana del caffè-cacao solo di 25 franchi cfa -
meno di 4 centesimi di euro - al chilo, portandolo a 625 franchi. Questo
significa che dei circa 600 dollari per tonnellata di incremento del
prezzo internazionale del cacao rispetto alla stagione precedente, ai
produttori non ne vanno più di 40.
La differenza se la prendono i grandi traders, le case di commercializzazione
del cacao (e di molte altre materie prime agricole). In Costa d'Avorio
il cacao è commercializzato da una cinquantina di operatori,
anche locali, ma il mercato è dominato da sei aziende:
1) Cargill, colosso statunitense del commercio di prodotti agricoli,
50 miliardi di dollari di fatturato. Insieme alla controllata Micao,
commercializza il 13% del cacao ivoriano.
2) Archer Daniels Midland (Adm), altra multinazionale agro-alimentare
Usa, 23 miliardi di dollari di fatturato. Attraverso le società
Cocoa Sifca e Unicao esporta il 12% della produzione della Costa d'Avorio.
3) Gruppo Bollorè, conglomerato francese da 5 miliardi
e mezzo di euro che opera nei trasporti, nella carta e plastica, nelle
piantagioni e nella finanza. Attraverso la Dafci e la Ifco controlla
l'8% del mercato del cacao ivoriano.
4) Cipexi-Continaf (Olanda), con il 7,5% del mercato.
5) Tropival-E.D.&F. Man (Gran Bretagna), con il 7% del mercato.
6) Barry Callebaut (Svizzera), con il 7% del mercato.
I
salotti della finanza
I guadagni della fiammata speculativa dei prezzi del cacao sono andati,
tra l'altro, ad alimentare operazioni molto lontane dalle piantagioni
africane.
Cargill non è un nome noto come Nestlè o Kraft Food, ma
nei mercati agro-alimentari e ormai anche nell'agrindustria è
un attore di primo piano. Nel 2002 ha partecipato alla divisione delle
spoglie della Montedison, ormai abbandonata dalle grandi banche e dalle
grandi imprese italiane, acquisendo dall'ex colosso chimico la Cerestar,
leader mondiale nella produzione di dolcificanti e amidacei con impianti
in Europa occidentale, Turchia, Cina e Stati Uniti. Valore totale della
transazione, debiti compresi: 1 miliardo 200 milioni di euro. "La
maggiore acquisizione nei 137 anni di storia della Cargill" ha
sottolineato il presidente della multinazionale Usa Warren Staley.
Più noto alle cronache da qualche tempo a questa parte è
invece Vincent Bollorè, l'uomo d'affari bretone arrivato a controllare
un impero che spazia dalla logistica all'alta finanza. Il suo vice e
amico di sempre è Antoine Bernheim, presidente delle Assicurazioni
Generali, la maggiore compagnia assicurativa italiana e uno dei gioielli
di famiglia del capitalismo nazionale. E Bollorè si è
messo in mente addirittura di conquistare il timone di Mediobanca, cuore
del controllo delle Generali e, dice qualcuno, dell'economia italiana.
Per ora, alla fine dell'ennesima "guerra per banche", Bernheim
è stato confermato al vertice delle Generali e Bollorè
è entrato nel patto di sindacato di Mediobanca, che vincola il
60% del capitale, nonché nel Consiglio di amministrazione e nel
Comitato esecutivo della banca d'affari milanese nella stessa giornata,
il 14 aprile, in cui a Piazzetta Cuccia Gabriele Galateri subentrava
come amministratore delegato a Vincenzo Maranghi. Di suo il finanziere
francese controlla il 5% di Mediobanca, mentre la cordata di azionisti
internazionali da lui guidata arriva al 10%.
Progetto
artigiani
In queste settimane in Costa d'Avorio si è riaperta una speranza
di pace dopo mesi di conflitto. Grazie anche all'intervento delle Nazioni
Unite, sembra prevalere la via del dialogo e della collaborazione tra
le parti, anche se continuano le violenze soprattutto nelle zone più
vicine alla frontiera con la Liberia.
Ma per raggiungere l'obiettivo della pace occorre affrontare il nodo
dello sviluppo. La Costa d'Avorio è un paese povero e fortemente
dipendente dall'esportazione di pochi prodotti agricoli, il cacao in
primo luogo, che non offrono alla maggior parte della popolazione un
reddito dignitoso e una speranza per il futuro.
"È la miseria che aumenta che genera violenza" ricordano
le Missionarie di S. Antonio Maria Claret che operano ad Abidjan, principale
città ivoriana, soprattutto nell'attività educativa e
nella promozione della donna. A Derrière-Wharf, una baraccopoli
alla periferia di Abidjan, le Clarettiane hanno messo in piedi il Centro
di formazione professionale per ragazze "St. Therèse de
l'Enfant Jesus", che fornisce alle giovani alfabetizzazione di
base, formazione al lavoro (informatica, sartoria, cucina, infermeria)
e all'avviamento di attività economiche autonome.
Attorno alle Missionarie di Abidjan si è costituita una originale
coalizione di associazioni e banche italiane che ha deciso di scommettere
su una risorsa preziosa e sottovalutata delle economie africane: la
piccola impresa artigianale. È utile ricordare, ad esempio, che
tra la fine di ottobre e i primi di novembre 2002 a Ouagadougou, in
Burkina Faso, il Salone Africano dell'Artigianato con 1.900 espositori,
tra cui diverse organizzazioni inserite nel circuito del commercio equo
e solidale, e 300 mila visitatori ha mostrato le potenzialità
di questo settore anche nell'esportazione verso i paesi europei e nordamericani.
Il Comitato di Collegamento di Cattolici per una Civiltà dell'Amore,
organizzazione di volontariato da tempo impegnata in microprogetti di
sviluppo (www.microproject.org),
e Artigiancassa, la banca del gruppo Bnl specializzata nelle piccole
e medie imprese, hanno lanciato il "Programma artigiani" con
prima esperienza in Costa d'Avorio dalle Clarettiane. Si tratta di un
vero e proprio progetto di partnership imprenditoriale, che ha trovato
attenzione e partecipazione nelle confederazioni nazionali di settore,
Confartigianato, Cna, Casartigiani: maestri artigiani italiani vanno
sul campo a fornire alle allieve diplomande della scuola di Derrière-Wharf
le loro conoscenze per avviare sartorie, laboratori tessili, centri
di servizi informatici. Al tempo stesso vengono raccolti e spediti in
Costa d'Avorio macchinari dimessi dal ciclo produttivo in Italia ma
ancora validi e funzionanti.
I risultati attesi dal "Programma Artigiani" ad Abidjan -
ma l'iniziativa può essere replicata in altri contesti simili
- consistono nella nascita di una trentina di microimprese tra cui,
in particolare, 15 sartorie a domicilio, 5 atelier di sartoria e 3 centri
di servizio. Un primo passo per sostenere il tessuto di imprese artigiane
del paese. L'altro snodo decisivo sarà l'accesso al credito:
le microimprese ivoriane avranno bisogno per crescere di una loro "Artigiancassa".
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