Mameli Biasin
Nell'epoca delle vacche
grasse hanno guadagnato, ora se ne vanno: Banca Intesa fa da battistrada
alla fuga delle banche estere dall'Argentina in crisi. In uno dei
principali paesi esportatori di carne e cereali è tornata
perfino la morte per fame. I segnali di ripresa che stanno accompagnando
le elezioni presidenziali sono ancora fragili e i nodi dell'accordo
con il Fondo Monetario Internazionale e della ristrutturazione del
debito estero sempre aperti. A scommettere sul futuro del paese
sono rimasti i mercati locali, spesso informali, le imprese autogestite,
la microfinanza. E, sorprendentemente, qualche multinazionale. Come
la Daimler Chrysler, che ha deciso di accettare a pagamento dei
suoi autoveicoli il grano dei contadini.
Isolamento
In un clima di sostanziale silenzio internazionale, l'Argentina
resta il grande malato dell'America Latina. La crisi si è
trascinata per tutto il 2002. L'anno si è chiuso con una
caduta del prodotto interno lordo dell'11%, con l'inflazione al
26% e la disoccupazione a quota 25% della popolazione. Anche sul
fronte della produzione si registra (dato di settembre) un calo
del 6,9%.
Negli ultimi mesi, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali,
da cui si attendono segnali di stabilità politica, gli indicatori
macroeconomici sembrano un po' migliorati. Ma siamo lontani da una
vera svolta. Restano aperte questioni di grande rilievo, in primo
luogo il rapporto con il Fondo Monetario Internazionale e gli altri
organismi internazionali, dopo i mancati pagamenti delle rate dei
prestiti nei mesi scorsi, e in generale il processo di ristrutturazione
del debito estero, che a valori attualizzati sfiora i 150 miliardi
di dollari.
Per l'Argentina si è delineata una condizione di vero e proprio
isolamento internazionale sotto il profilo economico a causa del
fallimento del sistema finanziario. Sintomo di questo isolamento
è la fuga da parte delle istituzioni finanziarie estere.
È recente la decisione di Banca Intesa, il maggiore gruppo
bancario italiano e uno dei gruppi maggiormente esposti nei confronti
del paese, di abbandonare l'Argentina cedendo la controllata Banco
Sudameris. Il caso di Intesa è significativo perché
ha deciso di abbandonare completamente l'area cedendo anche le controllate
in Brasile, Uruguay e Paraguay.
La Banca Nazionale del Lavoro - altra grande banca italiana fortemente
esposta nei confronti dell'Argentina - ha operato invece sul fronte
del bilancio per ridurre al minimo gli effetti negativi della propria
esposizione. Nel bilancio del primo semestre 2002 ha operato uno
stanziamento straordinario a fondo rischi di 540 milioni di euro
per assicurare l'integrale copertura dei rischi delle controllate
argentine. Parallelamente ha escluso dal proprio bilancio consolidato
le società controllate facenti capo alla locale Bnl Inversiones
Argentinas. Il consolidamento verrà ripristinato non appena
saranno ristabilite le condizioni minimali di normale produzione
nonché di certezza del quadro normativo.
Torna la fame
Le conseguenze di questa situazione sul piano sociale restano catastrofiche.
La criminalità e la fame sono diventati problemi enormi e
qualcuno comincia a denunciare anche il ritorno di un fenomeno che
la popolazione argentina sperava di avere accantonato per sempre:
quello dei desaparecidos. E insieme ad esso quello dei crimini di
tipo politico, come ad esempio l'attentato ad un giornalista di
Pagina/12, autore di un libro sui giorni dei tumulti del dicembre
2001.
La fotografia più drammatica è quella offerta dal
recente rapporto di Save the Children sullo stato dell'infanzia
argentina. Secondo l'organizzazione umanitaria, nel paese sudamericano
ogni giorno muoiono in media tre bambini per fame o per malattie
legate alla malnutrizione. Il 63% dei nati nell'ultimo anno, circa
222.000 bambini, sono figli di famiglie indigenti, con scarse possibilità
di soddisfare il fabbisogno alimentare minimo. Sono in tutto 8,6
milioni i bambini e gli adolescenti argentini che vivono in povertà.
Almeno 2,6 milioni di loro hanno meno di cinque anni. Dall'inizio
del 2002 sarebbero morti per patologie legate alla malnutrizione
quasi 1.000 bambini, ma soltanto nelle ultime settimane i medici
hanno cominciato a denunciare con regolarità la causa dei
decessi. Tutto questo in un Paese di 37 milioni di abitanti, quinto
esportatore mondiale di carne.
Questi dati peraltro sono confermati anche dalla Banca Mondiale.
Secondo l'istituto di Washington nel 1997 gli indigenti - cioè
le persone che non possono soddisfare il fabbisogno quotidiano di
calorie - erano l'8,3% della popolazione argentina. Nell'ottobre
2001 la percentuale sale al 14,9%, tocca il 17,4% nel marzo 2002
e arriva al 22,8% soltanto tre mesi dopo. In Argentina ci sono perciò
al momento oltre 8 milioni di indigenti.
Particolarmente drammatica la situazione nel Nord Est. Nel primo
semestre del 2002 la provincia di Tucuman ha registrato 359 decessi
di bambini per cause legate alla denutrizione.
L'economia del
baratto
Contemporaneamente, e necessariamente, crescono le iniziative di
sopravvivenza mediante meccanismi di economia informale o esperienze
di baratto vero e proprio (trueque). Iniziative locali, certo, ma
anche l'unica scommessa su una qualche vitalità dell'economia
del paese. E infatti, a sorpresa, una iniziativa di questo tipo
viene presa addirittura da un'azienda multinazionale.
La filiale argentina della Daimler Chrysler ha lanciato un piano
che permetterà agli agricoltori di acquistare veicoli in
cambio di cereali. I cereali verranno quindi, successivamente, venduti
da Daimler a Dreyfus, multinazionale del commercio agricolo. È
evidente che l'azione di Daimler Chrysler ha una motivazione essenzialmente
commerciale, puntando a invertire la tendenza dopo il crollo del
50% del mercato dell'auto in Argentina. Nulla garantisce, inoltre,
che lo scambio grano/veicoli avvenga a prezzi equi. Ma certo si
tratta di una scelta controcorrente rispetto alla fuga e all'abbandono.
Infatti, in attesa di ipotetici interventi sovranazionali, è
assolutamente necessario far ripartire l'economia locale. Un'esperienza
importante è quella delle imprese autogestite dai lavoratori,
come la Ceramica Zanon di Neuquén, continuamente minacciata
di sgombero.
Sotto questo profilo diventa fondamentale il ruolo del credito e
particolarmente del credito alla media, piccola e micro impresa.
I dati sul dissesto finanziario delle banche argentine nell'imminenza
della crisi mostravano già allora che le sofferenze bancarie
erano drasticamente superiori all'ammontare dei prestiti alle piccole
imprese. Viceversa la micro e piccola imprenditorialità costituisce
il principale tessuto dell'economia argentina. Nel 2001 il numero
di tali imprese era di 1.010.000, di cui 28.600 piccole imprese,
4.600 medie imprese e 976.800 microimprese. Il contributo del settore
all'economia del paese era, prima della crisi, assai rilevante:
il 99,7% del totale delle imprese, l'80,6% degli occupati e il 70,8%
del valore aggiunto complessivo.
Anche ora, nella bufera, sono queste le energie imprenditoriali
col maggior potenziale di sviluppo. E con esse le istituzioni di
microfinanza, che in Argentina sono ancora poche e di dimensioni
modeste. Microfinanza srl sta lavorando per rafforzarle e promuoverne
di nuove anche in aree periferiche del paese.