Palestina: la resistenza dell'economia
"Un anno fa molti osservatori
temevano che l'economia palestinese fosse sull'orlo del collasso.
Benché duramente colpita, essa invece funziona ancora".
Nonostante non nasconda i disastri del conflitto, della chiusura dei
Territori e del coprifuoco imposto dall'esercito israeliano, l'ultimo
rapporto della Banca Mondiale sulla situazione in Cisgiordania e Gaza
sottolinea a sorpresa la tenuta e la coesione della società
palestinese che hanno finora impedito il crollo economico. Una diagnosi
confermata da Faten, la maggiore organizzazione locale di microfinanza,
che ha visto nel 2002 un drammatico incremento nella chiusura di microimprese,
ma anche l'avvio negli ultimi anni di oltre 600 nuove piccole attività
economiche.
Il collasso evitato
Il rapporto della Banca Mondiale è del marzo 2003 e si intitola
"Two Years of Intifada, Closures and Palestinian Economic Crisis".
Il quadro macroeconomico a oltre due anni dalla ripresa del conflitto
violento tra Israele e Palestina è disastroso. Nel solo 2002
il reddito nazionale pro capite in Cisgiordania e Gaza è crollato
del 26,4% rispetto all'anno precedente, quando aveva già visto
una caduta del 23,2% nei confronti del 2000. Praticamente, nota il
rapporto, il reddito pro capite è ora la metà di quello
del settembre 2000, all'avvio della "seconda Intifada".
I 128 mila palestinesi che al settembre 2000 lavoravano - regolarmente
e irregolarmente - in Israele hanno ricevuto sempre meno permessi
di spostarsi. La disoccupazione tocca il 53% della forza lavoro. Le
esportazioni palestinesi sono diminuite del 45% in due anni. Il valore
dei danni materiali prodotti dal conflitto si avvicina al miliardo
di dollari (728 milioni di dollari il bilancio all'agosto 2002) mentre
le perdite di produzione complessive ammontano ormai a 5,4 miliardi
di dollari, una cifra analoga al prodotto nazionale lordo palestinese
del 1999. In sostanza è stato bruciato un anno intero di creazione
di ricchezza.
La Banca Mondiale non nasconde che "la causa immediata della
crisi economica palestinese è la chiusura dei Territori, cioè
l'imposizione da parte del governo israeliano di restrizioni ai movimenti
di beni e persone palestinesi attraverso i confini e dentro la West
Bank e Gaza". Naturalmente il governo Sharon giustifica queste
misure con la necessità di proteggere i suoi cittadini contro
attacchi violenti.
Il rapporto considera "fuori discussione" il legittimo diritto
di Israele di difendere i suoi cittadini, ma nota che occorre raggiungere
questo obiettivo "senza distruggere l'economia e i livelli di
vita della popolazione palestinese". La "condizione sine
qua non" per questo risultato è "un significativo
alleggerimento dell'attuale regime di chiusure e coprifuoco interni".
Tuttavia, nonostante il quadro pesante, l'economia palestinese non
è collassata. Secondo il rapporto della Banca Mondiale, ciò
è dovuto al fatto che la struttura dell'Autorità Nazionale
Palestinese, nonostante i colpi ricevuti, ha continuato ad operare,
alla prosecuzione degli aiuti internazionali, che nel 2002 hanno raggiunto
la cifra di 1 miliardo 51 milioni di dollari, ma anche, e forse soprattutto,
alla "grande coesione e capacità di recupero" della
società palestinese.
"Nonostante la violenza, le privazioni economiche e la frustrazione
giornaliera di vivere sotto il coprifuoco" sottolinea il rapporto
"la condivisione e il prestarsi i beni sono molto diffusi e le
famiglie continuano per lo più a svolgere il loro ruolo".
Gaza e la Cisgiordania "sostengono livelli di disoccupazione
che avrebbero già lacerato il tessuto sociale in molte altre
società".
Crisi e tenuta delle
microimprese
Un importante osservatorio che conferma il quadro tracciato dalla
Banca Mondiale è quello della maggiore organizzazione di microfinanza
palestinese, Faten, Palestine for Credit and Development, con sede
a Ramallah e operante anche a Gaza, nata nel '98 da un programma dell'organizzazione
umanitaria Save The Children. "La nostra più grande sfida"
spiega il direttore di Faten Mohammed Khaled "è operare
nell'assedio, nel coprifuoco e nei blocchi imposti dai militari israeliani
ai Territori occupati palestinesi dallo scoppio della seconda Intifada
nel settembre 2000".
In questo contesto, prosegue Khaled, "l'economia si è
drammaticamente deteriorata, molte delle microimprenditrici nostre
clienti sono state costrette a chiudere le loro imprese, sia perché
facevano affidamento sull'acquisto di beni in Egitto o Giordania o
di materie prime in Israele, sia perché la domanda per beni
e servizi è caduta pesantemente rendendo insostenibile la loro
attività". Le principali attività economiche in
cui sono impegnate le destinatarie dei microcrediti di Faten - tutte
donne, per scelta della stessa istituzione - sono la produzione e
il commercio di maglieria, lavori di cucito, abbigliamento, la produzione
e il commercio di frutta e verdura, il piccolo allevamento, la gestione
di drogherie e saloni da parrucchiera.
A fine 2002 sono 1.728 i beneficiari dei microcrediti di Faten. Erano
4.498 l'anno prima. Il 60% di essi si trova sotto la linea di povertà.
Il valore del portafoglio è sceso da quasi 1 milione e mezzo
di dollari nel 2001 a circa 549 mila dollari l'anno scorso. Il microcredito
medio, quindi, è pari a 318 dollari. I crediti a rischio sono
saliti dal 6% al 17%, anche se il capitale di Faten, fornito da Save
The Children, dalla cooperazione Usa, da quella irlandese e da alcuni
altri sottoscrittori non profit, è ancora relativamente ampio
(quasi 5 milioni di dollari) e non intaccato.
In questo quadro critico, balza agli occhi un dato sorprendente: il
37% dei clienti dell'organizzazione di microfinanza palestinese, oltre
600 persone, ha avviato una nuova microimpresa. È quel tessuto
di piccola economia che secondo la Banca Mondiale regge ancora. La
stessa Banca Mondiale ricorda che tra Israele e Territori palestinesi
c'è una unione doganale di fatto in cui i prodotti palestinesi
sono svantaggiati e che il modello di sviluppo basato sull'esportazione
di manodopera, soprattutto in Israele, invece che di beni non assicura
un futuro alla Palestina anche a prescindere dall'attuale stato di
tensione.
Per superare questa situazione di dipendenza occorre "una più
diversificata strategia di sviluppo", ad esempio promuovendo
le esportazioni e rimuovendo le discriminazioni che attualmente subiscono.
Occorre quindi puntare sulla crescita del tessuto delle piccole e
piccolissime imprese. Naturalmente per uno sviluppo stabile resta
decisiva la ripresa di un vero processo di pace, per il quale però
la tenuta dell'economia popolare palestinese è uno degli elementi
cruciali.
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