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Omaggio ad Arghiri Emmanuel, pioniere degli studi sullo "scambio ineguale"


Francesco Terreri


Il 14 dicembre 2001, un anno fa, a Parigi è morto il professor Arghiri Emmanuel. Ai più il nome non dice niente, ma sarebbe bene che almeno gli attivisti del commercio equo e solidale e della finanza etica lo conoscessero, perché senza saperlo debbono molto a lui.
Emmanuel era nato a Patrasso, Grecia, nel 1911. Dopo aver fatto studi economici e commerciali, negli anni '30 va a lavorare nell'allora Congo Belga. Durante la Seconda guerra mondiale combatte i nazisti nelle file delle Forze greche libere in Medio Oriente. Poi torna a lavorare in Congo, dove collabora con il movimento indipendentista guidato da Patrice Lumumba.
Nel 1957 va a vivere in Francia. Nel 1961, a cinquant'anni, si iscrive all'Ecole Pratique des Hautes Etudes, dove prende il Dottorato di 3° ciclo nel 1968 sotto la direzione dell'eminente studioso marxista Charles Bettelheim. Inizia quindi la carriera accademica nel '69 e fino al 1980, quando a quasi settant'anni va in pensione, insegna Rapporti economici internazionali all'Università di Parigi I. Nel 1969 pubblica, sulla base della sua tesi di Dottorato, il libro che lo renderà celebre almeno tra chi allora si occupava seriamente dei problemi dello sviluppo e del sottosviluppo: "L'échange inégal" cioè "Lo scambio ineguale. Gli antagonismi nei rapporti economici internazionali" (in italiano Einaudi, Torino, 1972).
La tesi di Emmanuel, non conformista (neanche per il suo maestro marxista) ma rigorosamente argomentata, dovrebbe essere familiare al mondo dell'economia solidale e del movimento critico con la globalizzazione liberista, ma forse non è conosciuta che superficialmente. Emmanuel parte dalla constatazione del divorzio pressoché totale tra la teoria economica, che è generalmente convinta dei benefici del libero scambio a livello internazionale, e la pratica di quasi tutti i paesi - almeno di tutti quelli che possono farlo - che conducono politiche commerciali in varia misura protezioniste.
Possibile che i governanti, le imprese e i lavoratori che spingono per il protezionismo invece di ascoltare le sagge ricette degli economisti siano preda dell'irrazionalità più completa? No, risponde l'autore, la pratica ha senso, è la teoria che non funziona perché descrive un mondo idilliaco che non c'è. In realtà negli scambi economici internazionali c'è chi guadagna e chi perde, non occasionalmente ma sulla base di un meccanismo strutturale.

Le radici dello scambio ineguale
Discutendo del deterioramento sistematico delle ragioni di scambio dei paesi in via di sviluppo, Emmanuel contesta la spiegazione che molti - spesso anche nel mondo della solidarietà - danno: si tratterebbe della conseguenza del fatto che i paesi del "Terzo Mondo" producono prevalentemente materie prime agricole e minerarie e sono i prezzi delle materie prime che declinano sistematicamente, per ragioni legate all'arretratezza tecnologica e all'andamento della domanda.
Scrive Emmanuel (trent'anni fa!): "Il deterioramento delle ragioni di scambio dei beni primari è un errore di ottica. È il risultato dell'identificazione arbitraria delle esportazioni dei paesi ricchi con quelle di beni manifatturati e delle esportazioni dei paesi poveri con quelle dei beni primari… Il caffè, il cacao e il cotone prima di essere esportati devono subire una lavorazione altrettanto, se non più importante, del legno svedese o canadese; le banane e le spezie non sono più primarie della carne o dei prodotti lattieri. Tuttavia i prezzi degli uni diminuiscono, quelli degli altri aumentano e la sola caratteristica comune ad entrambi è che sono rispettivamente i prodotti dei paesi poveri e dei paesi ricchi".
L'indicazione centrale de "Lo scambio ineguale" è che per spiegare l'andamento dei prezzi bisogna guardare alla remunerazione dei fattori della produzione, cioè del capitale e del lavoro. E mentre i capitali si fanno ormai concorrenza su scala mondiale e quindi difficilmente può mantenersi a lungo una nicchia in cui un singolo capitale guadagna molto più della media, perché rapidamente in quella nicchia si gettano anche altri, il lavoro, nonostante i consistenti flussi migratori, è ancora relativamente immobile e le differenze - enormi - nella sua remunerazione tra paesi ricchi e poveri restano stabili. Per remunerazione del lavoro non intendiamo solo il salario del lavoratore dipendente, relativamente poco diffuso nel Sud del mondo, ma anche il reddito del grandissimo numero di produttori individuali, di microimprese familiari (500 milioni secondo una stima dell'Unctad), di lavoratori "autonomi". Di chi si arrangia a sopravvivere.
Lo scambio ineguale dipende - afferma Emmanuel - dalla differente remunerazione del lavoro del tutto sproporzionata alle differenze di livello tecnico o di produttività. Sul mercato mondiale si scambiano beni di diversa natura, più o meno manifatturati, ma quelli che provengono dai paesi poveri hanno sistematicamente una parte di lavoro non pagato - e dunque una perdita per l'economia nazionale - rispetto allo standard produttivo.

Investimenti esteri: troppi o troppo pochi?
È il reddito del produttore diretto il punto chiave dell'ineguaglianza negli scambi internazionali. Questo elemento ha anche altre conseguenze che porteranno Emmanuel ad altre "provocazioni" stimolanti. In "Technologie appropriée ou technologie sous-développée" (Puf, Parigi 1982) lo studioso mette in discussione un tabù del pensiero "terzomondista": l'investimento diretto da parte delle multinazionali.
Lungi dall'esserci "la coda" per investire nel Sud del mondo, le imprese multinazionali preferiscono di gran lunga, nell'ordine, a) esportare i loro prodotti, b) vendere la tecnologia o i brevetti e ottenere royalties (vedi il caso dei farmaci), c) sfruttare il subappalto. Lo "scambio ineguale" garantisce infatti molti più guadagni e meno rischi in questi casi. Solo se non si può fare diversamente, e se c'è una qualche convenienza, la multinazionale investe i propri capitali e apre una filiale.
Per la grande impresa l'investimento diretto estero non è dunque la regola ma l'eccezione. Per i paesi poveri - provoca Emmanuel - è invece la soluzione migliore: arrivano capitali, vi è un qualche trasferimento di tecnologia attraverso il know-how appreso dai nuovi operai e tecnici, c'è la possibilità, anche se contrastata, di lotte sindacali per ottenere remunerazioni migliori. La vicenda recente dei paesi dell'Asia orientale in effetti insegna qualcosa al riguardo.
Come scrive nel suo ricordo (su Revue Tiers Monde) Claudio Jedlicki, esule dall'America Latina delle dittature militari e assistente di Emmanuel: "Per noi, che ci sentivamo vittime della Cia e dell'Itt, la sua posizione a favore degli investimenti delle multinazionali era difficile da accettare. Ma col suo rigore, ci ha insegnato a sviluppare il nostro senso critico e a non fidarci delle idee ricevute, benché dominanti. Il suo campo è stato sempre quello dei deboli".



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