La trappola del caffè
A Zenón Mendoza, leader
dei produttori di caffè della Bolivia, morto in un incidente
stradale nel 1998
A metà degli anni '90 il prezzo internazionale
del caffè - consideriamo la quotazione della qualità
"arabica" a New York - oscillava attorno al dollaro per
libbra (una libbra = poco meno di mezzo chilo). Nel '97 una fiammata
speculativa al rialzo lo portò sopra i 2 dollari. Ma dal '98,
anche a seguito della crisi asiatica, il prezzo ha cominciato a diminuire,
nel 2000 è sceso stabilmente sotto il dollaro per libbra e
nel 2001 è precipitato intorno ai 50 centesimi, il livello
più basso, in termini reali, degli ultimi 40 anni.
In queste settimane segna una modesta ripresa, oscillando tra i 60
e i 70 centesimi di dollaro per libbra. Ma le conseguenze del crollo
e dell'instabilità restano tutte. E sono conseguenze drammatiche
sul livello di vita dei 25 milioni di produttori in Asia, Africa e
America Latina. Con un reddito inferiore ai costi, solo in Centro
America 600 mila persone hanno dovuto abbandonare la produzione del
caffè, senza peraltro trovare valide alternative.
La spiegazione principale della crisi è la sovrapproduzione
dovuta soprattutto alla rapida crescita delle coltivazioni in Vietnam,
diventato il secondo paese produttore e soprattutto esportatore, in
Indonesia, in India. La varietà "robusta", meno pregiata,
messa sul mercato dai vietnamiti deprime i prezzi. D'altra parte i
consumi in Occidente sono stabili e il mercato sembra saturo.
Tuttavia la solita spiegazione congiunturale non basta. Ci sono almeno
due aspetti più di fondo da considerare come cause del crollo
dei prezzi all'esportazione (ma non di quelli al consumo): il debito
estero dei paesi produttori e le politiche di dumping delle imprese
multinazionali.
Debito
Il governo vietnamita ha effettivamente promosso negli ultimi dieci
anni la crescita delle coltivazioni di caffè negli altipiani,
provocando lo spostamento di centinaia di migliaia di persone verso
quelle zone e non pochi problemi sociali ed ecologici. Questa scelta
è anche effetto delle politiche della Banca Mondiale, che spingono
in tal senso non solo in Vietnam ma anche in Colombia ("il caffè
al posto della coca") e in Angola, per la ripresa economica del
paese stremato dalla lunga guerra interna.
Alla World Bank respingono le critiche. Ma forse il contributo di
questi discussi progetti alla sovrapproduzione e quindi alla caduta
del prezzo è relativo. In realtà il caffè è
una delle produzioni che viene attivata dovunque è possibile
e il più rapidamente possibile quando si tratta di far fronte
a consistenti pagamenti in valuta con l'estero. Quello che hanno in
comune Vietnam, Angola, Colombia, ma anche Indonesia o Brasile - i
paesi dove si produce "troppo" caffè, in testa alla
classifica degli esportatori 2001 - è il pagamento delle rate
di un pesante debito estero.
In Vietnam il debito è, secondo l'ultimo World Development
Report della Banca Mondiale, il 36% del reddito nazionale e l'85%
delle esportazioni. In Angola siamo al 137% del reddito nazionale,
in Colombia al 41% del reddito ma a quasi tre volte l'export. Il debito
estero indonesiano è pari al 96% del reddito nazionale lordo,
mentre il Brasile del neopresidente Lula deve far fronte ad un indebitamento
di 238 miliardi di dollari - il più consistente nel Sud del
mondo, anche se ben lontano dai 1.400 miliardi di dollari di debito
estero degli Stati Uniti - pari al 39% del reddito e a quattro volte
il valore delle esportazioni annue.
Dumping
"Anche alla fine degli anni '80" ricorda Giampietro Pizzo
di Microfinanza "ci fu una fortissima crisi nel mercato del caffè
e i prezzi scesero a 50 centesimi/libbra. Io allora ero in Bolivia.
Le conseguenze, oltre che strettamente materiali, furono lacerazioni
sociali e organizzative e degrado ambientale e colturale. Un amico
e leader boliviano, produttore di caffè, Zenón Mendoza,
cercava di opporsi tenacemente a quella terribile situazione. Su quell'impegno
e su quella sfida nacquero cooperative e organizzazioni del caffè
boliviane oggi a tutti note. Zenón morì pochi anni dopo,
nel 1998, in un incidente stradale, mentre continuava infaticabile
la sua lotta di dirigente contadino".
In Bolivia, in Messico e in altri paesi, anche con il sostegno del
circuito del commercio equo e solidale, cresciuto in tutto il mondo
in questi anni, i produttori si sono organizzati e hanno cominciato
a reggere un po' meglio un mercato dominato dalle grandi imprese commerciali
internazionali e dalla speculazione finanziaria sui futures. Ma gli
interessi costituiti hanno reagito.
Con il caffè asiatico a basso costo le grandi imprese del settore
hanno cominciato a fare dumping, cioè vendita concorrenziale
sottocosto, contro i produttori che stavano cominciando a guadagnare
qualche posizione nel mercato. Dal 1997 il Messico, uno dei maggiori
produttori mondiali con elevati livelli di qualità e un consumo
interno basso, importa caffè. Acquista caffè verde ad
esempio dall'Indonesia a prezzi bassi, con i funzionari statali del
settore che approvano l'ingresso del prodotto a dazio preferenziale,
cioè 0%. Questo vero e proprio dumping, denunciato dalle organizzazioni
contadine tra cui quelle collegate al circuito del commercio equo,
fa capo alle poche grandi compagnie che controllano la commercializzazione
nel paese, in primo luogo Nestlè, Jacobs/Philip Morris e Volcafè
(Volkart, Svizzera). Nestlè lo ha giustificato con il suo prodotto
di punta, il caffè solubile (Nescafè), per il quale
"non vale la pena di sprecare il buon caffè messicano".
Fair trade
Di fronte alla crisi, una vasta coalizione internazionale di Ong,
associazioni, organizzazioni del commercio equo e solidale chiede,
in particolare alla Commissione Europea, una risoluzione d'urgenza
che metta al centro l'ampliamento del mercato equo delle materie prime
e del caffè in particolare. La dichiarazione è stata
sottoscritta tra gli altri da Oxfam International, Christian Aid,
Third World Network, European Fair Trade Association, Ctm altromercato,
da sindacati come la brasiliana Cut/Contag, da organizzazioni di produttori
come la Central de cooperativas cafetaleras de Honduras, che proprio
in queste settimane ha ottenuto dal proprio governo il rispetto degli
accordi nazionali sul caffè, dopo una dura lotta sostenuta
anche da organizzazioni del commercio equo e della finanza etica italiane
(TransFair e Etimos).
Il commercio equo, che prevede prezzi stabili e sostenibili e contratti
di lunga durata, si sta affacciando come via alternativa alla crisi
del caffè (www.altromercato.it). Nell'ultimo numero di Microenterprise
Americas, pubblicazione del Banco Interamericano de Desarrollo (Bid),
una delle banche regionali della World Bank, si parla di "Fair
trade: la via d'uscita dalla crisi del caffè?". Anche
se il titolo è una domanda, nell'ampio servizio la risposta
è affermativa, sia pur con cautele e precisazioni. E al Forum
Interamericano sulla Microimpresa, svoltosi a Rio de Janeiro dal 9
all'11 settembre, lo stesso Bid ha riconosciuto con un premio per
"eccellenza nella fornitura di servizi per lo sviluppo delle
imprese" il programma di commercio equo e solidale della ong
brasiliana Visão Mundial.
Ma per uscire dalla trappola del caffè ci vuole anche altro:
lo sviluppo del prodotto di qualità e la diversificazione delle
colture e quindi capitali, microcredito, servizi finanziari e imprenditoriali.
E una "coffee tax", pagata dalle multinazionali, per stabilizzare
il prezzo ad un livello "civile".
Microfinanza
Proprio nel caso del caffè lo sviluppo di reti commerciali,
di servizi e di credito non solo Nord-Sud, ma anche Sud-Sud è
più ampio di quello che si pensa. Microenterprise Americas
cita ad esempio il circuito costruito tra le cooperative di produttori
di caffè con standard biologici della Sierra Madre e di Oaxaca
in Messico con la Rainforest Trading co. di Oaxaca, società
di servizi alle imprese che cura una parte del trattamento e la ricerca
dei mercati export per conto delle cooperative, e con la EcoLogic
Enterprise Ventures di Cambridge, Massachussets (Usa), che gestisce
un fondo di investimento che non acquista azioni in Borsa ma, appunto,
investe nelle cooperative messicane. Negli Stati Uniti, lo ricordiamo,
c'è un mercato del caffè "equo" da 56 milioni
di dollari e un mercato equo complessivo da 100 milioni di dollari.
Crecer, una ong guatemalteca, offre servizi di consulenza ai piccoli
produttori non solo di caffè del Centro America e dei Caraibi.
Il programma "premiato" di Visão Mundial non riguarda
direttamente il caffè ma altri prodotti agricoli e prevede
non solo l'esportazione ma anche la commercializzazione "equa"
nelle città brasiliane.
Ci sono quindi le condizioni per costruire, attorno allo stesso commercio
equo, un insieme di azioni e di misure che affrontino i nodi strutturali
della caduta del prezzo, e non solo la regolazione congiunturale della
produzione. Ad Antigua, in Guatemala, nello scorso aprile una conferenza
regionale dei produttori ha indicato due potenziali linee di azione:
- da un lato valorizzare e sviluppare le zone e le regioni capaci
di produrre caffè di qualità, meglio ancora se biologico
o anche nella varietà denominata eco-friendly;
- dall'altro avviare una diversificazione produttiva in quelle regioni
che non possono reggere la sfida della qualità sul caffè.
Sulla qualità, su cui si sofferma anche il documento della
coalizione internazionale, si gioca una partita di grande portata.
Spiega Alberto Hesse, triestino, decano degli esperti dell'Ico, l'Organizzazione
Internazionale del Caffè che ha avviato, dal 1° ottobre,
un "Quality improvement program": "Il programma prevede
che il caffè esportabile non debba superare i 300 difetti ogni
300 grammi di qualità robusta e gli 86 difetti nel caso dell'arabica.
Ma le grandi multinazionali del caffè, Kraft/Philip Morris,
Nestlè, Sara Lee e Procter & Gamble, premono perché
sia mantenuta la normativa Usa che consente 610 difetti per 370 grammi,
il 65% in più per la robusta e addirittura quasi 5 volte in
più per l'arabica".
Queste scelte richiedono un complesso di politiche di cui il prezzo
equo è solo una componente. Si tratta di far uscire il caffè,
come altre materie prime, dall'"anonimato", di costruire
marchi dei produttori diretti. C'è bisogno di avviare e rafforzare,
soprattutto in loco, nei paesi produttori, quelle strutture di servizi
alle imprese, di microassicurazione (un nuovo campo in crescita),
di microfinanza che sostengano i produttori.
Coffee tax
Il documento della coalizione "equa e solidale" chiede "la
creazione di un fondo per gli agricoltori poveri, che li aiuti ad
essere meno dipendenti dal caffè dandogli opportunità
di vita alternative". Per questo scopo e per stabilizzare i prezzi
è divenuta di attualità l'istituzione di una "coffee
tax".
Il giornalista economico Mario Deaglio l'ha così presentata
su La Stampa (24/4/2002): stabilito un prezzo di riferimento superiore
ai costi di produzione dei coltivatori - ad esempio 1 dollaro la libbra,
ma il prezzo equo oggi è 1,26 dollari - le grandi imprese acquirenti
pagherebbero, nel caso il prezzo scenda sotto il dollaro, una tassa
pari alla metà della differenza tra 1 dollaro e il prezzo di
mercato (ad esempio attualmente, col prezzo a 60 centesimi, 20 centesimi
di tassa) o anche più della metà per prezzi molto bassi.
Le risorse così raccolte costituirebbero un fondo, proprio
per sostenere la produzione di qualità da un lato e la diversificazione
dall'altro.
Commenta Giampietro Pizzo: "Piuttosto che risorse distribuite
a pioggia o come ristorno ai produttori, i proventi della tassa dovrebbero
aiutare lo sviluppo di nuovi flussi finanziari in grado di risolvere
i problemi della dipendenza dai sistemi bancari locali". Insomma
quelle "casse del caffè" che costituiscano la nuova
finanza dei produttori poveri.
Una "coffee tax" non è più difficile da ottenere
che la "Tobin tax" sulla speculazione finanziaria. E aiuta
la stabilizzazione dei prezzi, dettaglio non insignificante anche
per i paesi consumatori e ricchi. Come spiegava il compianto economista
Nicholas Kaldor nel discorso presidenziale alla Royal Economic Society
il 22 luglio 1976 ("Inflazione e recessione nell'economia mondiale",
nella raccolta "I neokeynesiani" a cura di Ignazio Musu,
Il Mulino, Bologna 1980): "Ogni grande variazione nei prezzi
dei prodotti primari - a prescindere se sia in favore o contro i produttori
primari - tende ad avere un effetto scoraggiante sull'attività
industriale. Nel 1929, quando il boom economico cessò, i prezzi
delle materie prime calarono in modo catastrofico - di oltre il 50%
in tre anni - e ciò, lungi dallo stimolare l'acquisto dei prodotti
primari, ebbe l'effetto opposto: la caduta della domanda di prodotti
industriali da parte dei produttori primari. La rapida caduta dei
prezzi dei prodotti primari introdusse la più grande depressione
industriale della storia
".
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