Microfinanza, l'Italia può fare di
più
Mameli Biasin e Francesco Terreri
"Microcredit Summit +
5", la conferenza internazionale che farà il punto sulla
campagna per raggiungere col microcredito 100 milioni di famiglie
povere, si svolgerà a New York dal 10 al 13 novembre prossimi.
Il primo summit si era tenuto a Washington nel febbraio 1997 e aveva
lanciato l'obiettivo dei 100 milioni di microcrediti alle piccole
attività economiche dei più poveri e soprattutto delle
donne.
A New York - divenuta dopo l'11 settembre una delle città simbolo
della violenza globalizzata - sono attesi tremila delegati da 140
paesi. La rete di istituzioni di microfinanza in questi anni è
cresciuta. Secondo il rapporto 2001 del Segretariato del Summit, oltre
1.500 organizzazioni raggiungono con microprestiti quasi 31 milioni
di persone.
Ecco i dati e la serie storica.

Tra i destinatari, 19 milioni
327 mila sono "molto poveri", cioè hanno un reddito
inferiore alla metà del livello di povertà dei rispettivi
paesi. Il balzo dal '97, quando erano 7 milioni 600 mila, è
notevole. La maggior parte dei clienti poverissimi sono donne: 14
milioni 118 mila. Ma il rapporto preparatorio del Summit, "Financing
microfinance for poverty reduction", a cura di David Gibbons
e Jennifer Meehan, non si nasconde che sono dati "incoraggianti
e deprimenti al tempo stesso". Infatti 19 milioni di poverissimi
sono solo un quinto dei 100 milioni fissati come obiettivo "entro
il 2005". Molte delle istituzioni di microfinanza sono ancora
piccole, scrivono Gibbons e Meehan, e le risorse finanziarie per crescere
scarseggiano.
Gli altri nodi da sciogliere riguardano l'impatto della microfinanza:
sull'empowerment delle donne ad esempio, o sulle condizioni socio-sanitarie,
su cui si sofferma il "discussion paper" di Christopher
Dunford di Freedom from Hunger. Che cita esperienze esemplari come
quelle di Brac in Bangladesh, di Fucec in Togo e di Pro Mujer in Bolivia.
Secondo una stima di Microfinanza,
il portafoglio complessivo di attività delle istituzioni di
microcredito nel mondo supera i 3 miliardi di dollari. Ma siamo ancora
lontani dalle necessità indicate dal Microcredit Summit di
Washington del '97: 21 miliardi di dollari per raggiungere 100 milioni
di destinatari.
L'Italia sta dando un contributo ancora troppo modesto: considerando
sia le organizzazioni specializzate che le Ong, il valore delle risorse
impiegate è di poco superiore ai 3 milioni di dollari, un millesimo
del totale attuale. A livello istituzionale - ad esempio nell'ambito
della Cooperazione allo sviluppo - il microcredito è ancora
marginale.
È urgente fare un salto di qualità in questa direzione,
con più investitori e un'attenzione particolare al sostegno
alla nascita e alla crescita di istituzioni di microcredito sul posto.
Microfinanza sta promuovendo iniziative di questo tipo in Argentina,
in Marocco, in Algeria e in Bosnia.
Dove va Banca Etica
Una nota particolare richiede il più recente bilancio della
Banca Popolare Etica, quello al 31 dicembre 2001 approvato dall'assemblea
di Milano del 18 maggio scorso, e la componente degli impieghi nella
cooperazione allo sviluppo e nel microcredito.
Il bilancio chiude con un utile di 337 mila euro, un buon risultato.
Ma dei 123 milioni di euro di raccolta dai risparmiatori alla fine
dell'anno scorso, solo 44 milioni - 48 se si considerano gli utilizzi
dei fidi in conto corrente - sono finanziamenti all'economia sociale.
Ben 70 milioni di euro invece sono investimenti in titoli.
Tra i titoli c'è un'assoluta preponderanza di titoli di stato
(Bot, Ctz, Btp, Cct) e una piccola quota di obbligazioni emesse dalla
Banca di Forlì (260.000 euro). Da segnalare anche - nell'ambito
della gestione di tesoreria -un deposito vincolato di 17,5 milioni
di euro presso la Cassa centrale delle Casse rurali trentine.
Il bilancio sociale di Banca Etica segnala, quindi, tra il 2000 e
il 2001 un abbassamento del rapporto tra impieghi (crediti) e raccolta
dal 42,5% al 36%. Ci si può parzialmente "consolare"
con il fatto che i finanziamenti deliberati ammontano a 69 milioni
di euro, ma siamo comunque intorno alla metà del risparmio
raccolto.
Questo elemento merita un ulteriore considerazione. Analizzando i
dati globali contenuti nella relazione del governatore della Banca
d'Italia Antonio Fazio all'assemblea dello scorso 31 maggio, si nota
che alla fine dello scorso anno dai relativi bilanci delle banche
italiane risultano investimenti in titoli complessivamente per 169.120
milioni di euro contro 878.030 milioni di euro di prestiti alla clientela.
Nel 2000 tali importi erano rispettivamente di 176.875 milioni e di
822.446 milioni. Quindi la tendenza generale, pur scontando le notevoli
differenze nascoste dal dato cumulato e gli effetti dell'11 settembre
sul rapporto tra banche e Borsa, questa volta è migliore di
quella di Banca Etica.
Anche l'analisi della composizione
degli impieghi lascia trasparire qualche elemento preoccupante. Prendendo
in esame i finanziamenti accordati (69 milioni di euro), sono 11,4
milioni gli impieghi destinati al settore della cooperazione internazionale,
il 16,5% del totale. Inoltre:
- in tale settore di intervento i prestiti effettivamente utilizzati
sono solamente 4,5 milioni di euro. Si tratta prevalentemente di affidamenti
per esigenze di liquidità di soggetti (Ong in primo luogo)
che devono far fronte agli usuali ritardi degli enti pubblici nazionali
ed internazionali nei pagamenti. Probabilmente quindi non sono veri
e propri investimenti nel Sud del mondo;
- si evidenzia una lieve contrazione nel numero di fidi a questo settore
(ma anche nei confronti del terzo settore tipico, per la verità)
che può essere letto anche come una certa difficoltà
nel trovare soggetti e progetti da finanziare;
- infine, ma non per importanza, c'è una sostanziale inosservanza
delle richieste dei risparmiatori che avrebbero indicato la preferenza
per la cooperazione internazionale per il 35% delle somme raccolte.
La difficoltà è confermata da quanto riportato dal bilancio
sociale che, in relazione al settore della cooperazione internazionale,
afferma che "se vuole migliorare sotto questo aspetto, la banca
dovrà
riuscire ad individuare più progetti finanziabili
nel settore della cooperazione internazionale, coinvolgendo maggiormente,
ad esempio, le grandi organizzazioni non governative che operano all'estero".
Eppure in molti punti della relazione al bilancio e del bilancio sociale
si fa riferimento all'importanza del microcredito e della microfinanza
ed all'attivo ruolo di Banca Etica in tali contesti. Oggi questo avviene
essenzialmente attraverso il Consorzio Etimos, che in queste settimane
sta entrando a pieno titolo nel gruppo Banca Etica. Ma due anni di
incertezza e di basso profilo hanno contenuto le risorse e l'impegno
di Etimos attorno ai 2 milioni di euro.
Con l'arrivo sul mercato di Etica sgr e dei fondi di investimento
di Banca Etica, se non si invertono queste tendenze sugli impieghi,
da qui a 3-4 anni quando, secondo il presidente Fabio Salviato, il
gruppo amministrerà risorse per 1 miliardo di euro, solo un
quarto o un quinto del totale sarà destinato ai crediti all'economia
sociale e civile e pochi milioni di euro al cruciale campo della finanza
dei poveri.
Altre informazioni sulla pagina
di finanza etica della rivista AltrEconomia www.altreconomia.it
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