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I "purgatori" fiscali della finanza nera

Francesco Terreri

Trentaquattro dei quarantuno paesi definiti dall'Ocse paradisi fiscali hanno preso l'impegno di eliminare le "pratiche fiscali dannose" entro il 2005. Per ora, tuttavia, solo tre di essi sono usciti effettivamente dalla black list. Intanto i capitali continuano ad affluire in questi "rifugi": al settembre 2001 - mentre il terrorismo con i soldi della finanza nera colpisce a New York - sfiorano i 1.000 miliardi di dollari contro gli 800 miliardi di tre anni prima. Quelli italiani sono tra i più consistenti alle Bahamas e nel Principato di Monaco.
E a Monrovia, in Liberia…

Come si è visto anche alla conferenza Onu sulla finanza per lo sviluppo di Monterrey, le risorse finanziarie per la cooperazione o il microcredito si fa fatica a trovarle. Se si tratta invece di far affluire crediti ai tax haven, i rifugi fiscali, il problema non c'è. Nei 41 paesi identificati come paradisi fiscali dall'Ocse - l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raggruppa le nazioni più industrializzate - al giugno 1998 erano arrivati crediti bancari dall'estero per 355 miliardi di dollari e altri capitali per 436 miliardi circa, per un totale di 791 miliardi di dollari. Al settembre 2001 la cifra dei crediti è salita a poco meno di 512 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti almeno altri 448 miliardi di titoli e prestiti tra banche locali e internazionali dello stesso gruppo, portando il totale a quasi 960 miliardi di dollari.
Si tratta di valori attestati da organismi come la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri), la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Anzi secondo il Fmi i depositi off-shore (letteralmente "al largo", cioè fuori controllo) ammonterebbero a cifre ancora superiori, di alcune migliaia di miliardi di dollari. La questione dei paradisi fiscali - per molti aspetti si dovrebbe dire paradisi finanziari e societari - è salita clamorosamente alla ribalta dopo l'11 settembre per le connessioni con le reti terroristiche internazionali e molti centri off-shore sono diventati sorvegliati speciali. Ma appena pochi mesi prima, nel maggio 2001, il segretario Usa al Tesoro Paul O'Neill dichiarava che "gli Stati Uniti non sosterranno alcun tentativo mirante a imporre ad un paese il livello della sua imposizione fiscale" e che il progetto Ocse sui paradisi fiscali era "troppo ampio".

La lista nera dell'Ocse
Il progetto Ocse è appunto divenuto in questi anni il punto di riferimento internazionale sulla questione dei paradisi fiscali. Nel 1998 l'Organizzazione pubblicava un rapporto sulla concorrenza fiscale dannosa intitolato “Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue”. Nel rapporto si distingue tra “paradisi fiscali” (tax havens) e “regimi fiscali preferenziali dannosi” (harmful preferential tax regimes).
Regimi fiscali preferenziali ce ne sono tanti e, a certe condizioni, possono provocare una competizione fiscale dannosa. Ma i veri e propri paradisi fiscali non si caratterizzano solo per il basso o nullo livello di tassazione - come sembra ritenere il segretario al Tesoro Usa. Ai fini della loro individuazione infatti il rapporto elenca quattro condizioni:
• nessuna tassazione ovvero livello di tassazione effettivo solo nominale;
• assenza di un effettivo scambio di informazioni con altri Stati;
• mancanza assoluta di trasparenza;
• assenza di disposizioni interne che attribuiscano rilevanza all’effettività
dell’attività posta in essere.
Dunque è soprattutto la mancanza di trasparenza e di cooperazione internazionale che fa di questi rifugi fiscali un problema. Ad esse si collega anche la mancata cooperazione nella lotta al riciclaggio di denaro sporco. Sulla base dei quattro criteri, l'Ocse individuava 41 "giurisdizioni" (paesi o territori) definibili come veri e propri paradisi fiscali.
Ecco la black list:
Andorra
Anguilla (Territorio d'oltremare della Gran Bretagna)
Antigua e Barbuda
Antille Olandesi (Olanda)
Aruba
Bahamas
Bahrein
Barbados
Belize
Bermuda
Cipro
Dominica
Gibilterra (Territorio d'oltremare della Gran Bretagna)
Grenada
Guernsey/Sark/Alderney, Isole del Canale (Dipendenze della Corona britannica)
Isola di Man
Isole Cayman
Isole Cook (Nuova Zelanda)
Isole Marshall
Isole Vergini Britanniche (Territorio d'oltremare della Gran Bretagna)
Isole Vergini Statunitensi (Territorio esterno degli Stati Uniti)
Jersey, Isole del Canale (Dipendenza della Corona britannica)
Liberia
Liechtenstein
Maldive
Malta
Mauritius
Montserrat (Territorio d'oltremare della Gran Bretagna)
Nauru
Niue (Nuova Zelanda)
Panama
Principato di Monaco
Saint Kitts e Nevis
Saint Lucia
Saint Vincent e Grenadine
Samoa
San Marino
Seychelles
Tonga
Turks e Caicos (Territorio d'oltremare della Gran Bretagna)
Vanuatu.
La lista dell'Ocse, una volta tanto, non aveva solo un carattere conoscitivo. Le linee guida del '98 contro le pratiche fiscali dannose prevedono infatti l'obbligo alla rimozione dei benefici ottenibili nei paradisi fiscali entro, al più tardi, il 31 dicembre 2005, pena sanzioni. Entro il 28 febbraio 2002 (scadenza poi prorogata alla metà di aprile) i paesi considerati tax havens potevano inviare "Lettere di impegno anticipato" (Advance commitment letters), cioè lettere di intenti per superare le "pratiche fiscali dannose", che vengono considerate impegni ufficiali ed evitano, se gli impegni sono mantenuti, le sanzioni punitive previste dal 2006.
Tra il 1999 e l'aprile 2002, 34 dei 41 paesi hanno inviato Advance commitment letters. Restano quindi a rischio di sanzioni sette paradisi fiscali, che per vari motivi non hanno ritenuto di aderire alla rischiesta Ocse: Andorra, Isole Marshall, Liberia, Liechtenstein, Nauru, Principato di Monaco, Vanuatu.

Mediobanca a Monrovia
Molti dei più classici paradisi fiscali, in primo luogo le isole dei Caraibi, si sono messi quindi per ora al riparo da ipotetiche sanzioni con una lettera di intenti."Ho piacere di informarla" ha scritto ad esempio il 18 maggio 2000 il Governatore delle Isole Cayman - il maggiore centro off-shore del pianeta - Peter Smith al Segretario dell'Ocse Donald Johnston "che le Isole Cayman con la presente si impegnano per l'eliminazione delle pratiche fiscali che siano considerate dannose in accordo con il rapporto Ocse". Da paradisi a purgatori? Per adesso solo sulla carta. Secondo la stessa Ocse, i paesi che finora possono effettivamente essere esclusi dalla lista dei paradisi fiscali perché le loro pratiche non sono più dannose sono solo tre: Barbados, Maldive e Tonga.
E non si tratta certo dei centri maggiori. Alle Maldive e all'isola di Tonga, nell'Oceano Pacifico, i depositi off-shore si calcolano solo in milioni di dollari. Alle Barbados invece sfiorano i 7 miliardi di dollari. Ma il più grande paradiso fiscale, le Cayman appunto, riceve crediti e titoli dall'estero per quasi 500 miliardi di dollari, le Bahamas per 164 miliardi, le Antille Olandesi per 98 miliardi (sempre secondo i dati Bri al settembre 2001). I sette territori recalcitranti hanno depositi esteri per 26 miliardi di dollari in tutto. Fa però un certo effetto sapere che il primo per risorse ricevute è la Liberia con oltre 16 miliardi di dollari.
In Liberia circa 3 milioni di abitanti vivono, quando non c'è la guerra, con un dollaro al giorno. Il debito estero ufficiale è di 2 miliardi di dollari, il doppio del prodotto lordo. Ma i crediti accumulati in banche "battenti bandiera liberiana" e provenienti dall'estero arrivano, al settembre 2001, a 16 miliardi 231 milioni di dollari. I depositanti sono tedeschi (6,3 miliardi di dollari), giapponesi (3 miliardi), francesi (2 miliardi), britannici (770 milioni), statunitensi (422 milioni) e italiani (84 milioni di dollari).
A Monrovia, infatti, opera da molti anni la Tradevco, una banca d'affari controllata da Mediobanca. Con un bilancio di 28 milioni di dollari, impiega soprattutto verso altre banche e guadagna praticamente solo da commissioni. I conti al 31 dicembre 2001 hanno chiuso con un utile semestrale di 38 mila dollari, che al 30 giugno potrebbe portare ad un risultato migliore di quello dell'anno precedente (49 mila dollari circa).

Geopolitica off-shore
I capitali italiani nei paradisi fiscali sono presenti soprattutto nel Principato di Monaco - 882 milioni di dollari su quasi 3 miliardi, ma i dati sono fermi al '98 - e a sorpresa alle Bahamas, subito dopo i canadesi, 2,8 miliardi su 24 miliardi di crediti bancari (non si conosce la composizione dei restanti 140 miliardi di capitali esteri dell'arcipelago). Nei 41 paesi individuati dall'Ocse arrivano in tutto dall'Italia quasi 10 miliardi di dollari.
La lista italiana dei paesi a fiscalità privilegiata, rinnovata con decreto del Ministro dell'economia nel novembre scorso, è più ampia in realtà di quella dell'Ocse. Comprende infatti 50 paesi a pieno titolo e altri 19 per aspetti parziali. La normativa nazionale però si concentra soprattutto sui problemi dell'elusione fiscale e solo dalla Finanziaria 2000 è stata introdotta la diretta imputazione in capo alla società controllante dei redditi conseguiti dalla controllata localizzata in un paradiso fiscale - il cosiddetto sistema delle controlled foreign companies, a cui l'Italia è arrivata per ultima in Occidente.
Complessivamente, sempre considerando i flussi bancari, il maggiore depositante off-shore è ancora il Giappone con 121 miliardi e mezzo di dollari e il primato alle Cayman e a Panama, seguito dalla Germania, leader alle Bermuda, a Cipro, in Liechtenstein e a Gibilterra, con 89 miliardi e mezzo. I capitali della Gran Bretagna ammontano a quasi 51 miliardi e prevalgono in Bahrein e a Malta. Quelli degli Stati Uniti sono pari a 41,6 miliardi e sono consistenti, ma non primi, in tutte le isole caraibiche. I crediti bancari della Francia ai paradisi fiscali si avvicinano ai 38 miliardi di dollari. Poi, naturalmente, c'è la Svizzera. Dove, mentre in Italia si approvano leggi che alleggeriscono le responsabilità societarie, il direttore dell'Autorità di supervisione bancaria, il socialista Daniel Zuberbühler, sta rafforzando l'impegno contro il riciclaggio e la finanza illegale.


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