Come cambia il mestiere di banchiere e perché
c'è bisogno della microfinanza anche nei paesi ricchi*
Mameli Biasin e Francesco
Terreri
*La prima parte di questo testo è stata pubblicata come editoriale
su AltrEconomia maggio 2001 www.altreconomia.it
Il "Nuovo accordo sul capitale" è un lungo e complicato
documento tecnico prodotto lo scorso gennaio dal "Comitato di
Basilea sulla supervisione bancaria", un organismo nel quale
siedono i governatori delle banche centrali, Antonio Fazio per la
Banca d'Italia, per intenderci. Un documento che nessuno, forse nemmeno
Il Sole-24 Ore, si sognerebbe di portare all'attenzione del grande
pubblico, tanto è specialistico e pieno di formule e percentuali.
Anche se l'argomento che affronta è di grande interesse: quali
regole per il rischio bancario e come "misurarlo". Le banche
nel fare credito hanno azzardato troppo? O sono state prudenti al
punto giusto? Ebbene questo testo solo apparentemente tecnico introduce
una novità esplosiva. Si chiama "approccio standardizzato
alla valutazione del rischio" e significa che la decisione di
concedere o meno un credito dovrebbe basarsi, sempre più, su
valutazioni automatiche sulla base di parametri "oggettivi".
Hai un patrimonio? Hai già ottenuto crediti e li hai restituiti?
Investi in un campo sicuro - che so, un grande contratto militare
garantito dal governo? Il tuo rating, la valutazione standardizzata,
è buona, la banca ti presta soldi. Il tuo patrimonio sono le
tue idee e la voglia di fare? È la prima volta che chiedi un
prestito? Fai un prodotto artigianale che presto sarà spiazzato
da quello della multinazionale di turno? Pessimo rating, ripassi un'altra
volta. Con qualcosa di più solido.
Il testo di Basilea è la conferma di una tesi preoccupante
che avanza all'interno del sistema bancario: i crediti sono un male
necessario. È conveniente concederli a quelle poche migliaia
di imprese al top dell'economia mondiale che, già oggi, hanno
rating di lusso. Non certo ai 500 milioni di microimprese - secondo
la stima di un'agenzia dell'Onu - che si trovano in gran parte nei
paesi del Sud del mondo, ma che non mancano all'Est e, sempre più,
anche in Occidente, soprattutto dove saltano welfare e regole del
mercato del lavoro. Al contrario, è sulla raccolta che si sta
concentrando gran parte delle risorse e dei prodotti innovativi delle
banche. E non una raccolta qualsiasi. La raccolta di risparmio destinato
ai crediti è ferma, cresce invece impetuosamente la "raccolta
indiretta", cioè i soldi affidati alle banche perché
li investano nei mercati finanziari. In Borsa insomma.
Decisamente il mestiere di banchiere sta cambiando. Crediti quanto
basta e nei posti giusti. E invece intermediazione tra i risparmiatori
e la Borsa. Così sì che si guadagna. Tanto più
che, come ha osservato recentemente il presidente della Consob, l'organismo
di controllo della Borsa, Luigi Spaventa, i grandi gruppi bancari
controllano anche fondi di investimento e agenzie di rating. Qualcosa
però in controtendenza può succedere, se è vero
che Unicredito Italiano ha detto a Nigrizia: ce ne andiamo dal business
militare. Perché i risparmiatori ci hanno scritto protestando.
Perché ci sono fondi di investimento etici che ci hanno chiesto
conto dei comportamenti. Ma anche, e forse soprattutto, perché
non ci basta la nostra pur florida attività finanziaria. Investiamo
all'Est, ad esempio, a lungo termine, scommettendo sulla crescita
dei paesi in cui andiamo. Sarà vero? Di certo oggi, quando
il 95% delle operazioni finanziarie è di natura speculativa
e a breve termine, investire sul futuro è diventata una discriminante.
Etica.
Il documento del "Comitato di Basilea" si propone la revisione
della normativa sui requisiti patrimoniali di banche e società
di investimento mobiliare. Di che si tratta?
Ogni attività posta in essere da unimpresa finanziaria
- sia essa un finanziamento o un investimento in Borsa - comporta
un certo grado di rischio. Tale rischio deve essere quantificato e
supportato da capitale (il cosiddetto patrimonio di vigilanza).
Il meccanismo funziona così: ogni attività viene ponderata
in base ad un certo coefficiente e ad una certa percentuale di rischio.
Se ad esempio una banca erogasse finanziamenti per 100 miliardi, tutti
non garantiti, andrebbero applicati il coefficiente di ponderazione
del 100% ed un coefficiente di rischio dell8%. Il risultato
100.000.000.000 * 100%*8%=8.000.000.000
rappresenta il valore a rischio e deve pertanto essere coperto da
patrimonio.
Questo vincolo patrimoniale è evidentemente un limite importante
allassunzione di rischio, e quindi allerogazione di crediti.
Infatti se la banca in questione non avesse a disposizione gli 8 miliardi
previsti dal conteggio, ma magari solo 6, dovrebbe limitare i propri
finanziamenti a 75 miliardi
75.000.000.000 * 100% * 8% = 6.000.000.000
I coefficienti citati ovviamente variano a seconda delle categorie
del finanziamento: tipologia del debitore, forma tecnica, presenza
di garanzie. Ad esempio un finanziamento ad una banca è molto
meno rischioso di uno ad unimpresa privata. Se i 100 miliardi
citati fossero erogati a banche, si applicherebbero coefficienti rispettivamente
del 20% e dell8%
100.000.000.000 * 20% * 8% = 1.600.000.000
Dai 6 miliardi a disposizione come nell'esempio sopra, quindi, deriverebbe
una possibilità di finanziamento pari a ben 375 miliardi
375.000.000 * 20% * 8% = 6.000.000.000
Quindi la concessione di finanziamenti meno rischiosi amplia la possibilità
di finanziamento e, di conseguenza, anche i possibili guadagni. Ne
deriva infatti che, a parità di tasso di interesse sui prestiti
e di patrimonio di vigilanza a disposizione (i 6 miliardi), prestando
alle banche 375 miliardi si ottengono ricavi cinque volte maggiori
rispetto al prestare 75 miliardi alle imprese private.
Fin qui la normativa attualmente in vigore che ha una sua logica (contenere
i rischi) ed alcune conseguenze economico-sociali (esclusione di determinate
fasce di clienti dai finanziamenti o quanto meno riduzione delle somme
disponibili per essi).
Su questo schema si inserisce la proposta di modifica della normativa
che si basa su un cardine fondamentale: una definizione più
dettagliata del rischio di credito mediante una diversificazione del
rischio associato alle tipologie di imprese private.
In particolar modo dovranno essere considerati i livelli di rating
esterno - cioè assegnato dalle società di rating (Standard
& Poors, Moodys ecc.) - associati alle imprese richiedenti
il credito. Tale associazione determinerà una gradazione del
coefficiente di ponderazione: 20% (rating AAA), 150% (rating inferiore
al B-) o 100% (in assenza di rating).
Il problema fondamentale sta nel fatto che non sono molte le aziende
sottoposte a rating (di norma quelle che emettono titoli da collocare
in borsa). La nuova normativa per questo prevede un passaggio graduale
ad un sistema di rating interno, basato cioè su una valutazione
da parte della singola banca. Valutazione che, necessariamente, per
essere misurabile e soprattutto confrontabile, dovrà basarsi
su elementi oggettivi, togliendo di fatto ogni discrezionalità
allatto di erogare credito.
Elementi come lidea imprenditoriale o le capacità dellimprenditore
- magari di un giovane imprenditore - non saranno facilmente incasellabili
in uno schema di rating. Ne consegue che gli elementi presi in considerazione
saranno le garanzie, la crescita del fatturato, il grado di indebitamento.
Tutti elementi certo molto importanti ma non esaustivi della capacità
dellazienda di realizzare la proprio mission o il
proprio business plan.
La conseguenza ultima di tale schema sarà un peggioramento
delle condizioni di credito per quelle tipologie di soggetti da finanziare
accomunati nella categoria credito non garantito. Per
tali soggetti - e pensiamo soprattutto alle piccole e medie imprese
o alle nuove aziende - laccesso al credito sarà molto
più difficoltoso oppure avverrà a condizioni economiche
(tasso di interesse) tendenzialmente più onerose.
Sempre più il credito sarà un problema anche per le
aziende dellUnione Europea e azioni come quelle esercitate dal
microcredito e dalla microfinanza non saranno più mirate esclusivamente
ai paesi del Sud del mondo, ma dovranno diventare patrimonio comune
anche nei paesi ricchi. In questo contesto sarà necessaria
la creazione di soggetti finanziari - non necessariamente banche -
che abbiano come oggetto il permettere laccesso al credito a
questa nuova schiera di non bancabili. Unulteriore
sfida per la finanza etica e solidale.
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