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Bengala e Champagne, le banche e i sistemi locali

"Fibre dure", sistemi locali e mercato mondiale*

*Relazione presentata da Microfinanza al forum Ctm-Altromercato
su commercio equo e solidale e "fibre dure"
www.altromercato.it

Se guardiamo ad una carta geografica ed economica alla metà del XVIII° secolo, l'epoca in cui in Gran Bretagna parte la "rivoluzione industriale", troviamo, ad esempio, che c'è una zona nel regno di Francia famosa per la coltivazione della vite, lo Champagne. E champagne è il nome con cui, sempre più, viene denominato il prodotto di quell'area. Negli stessi anni la provincia del Bengala, in India - allora sotto il governo Moghul, ma già ampiamente ipotecata dalle potenze coloniali, Portogallo, Francia, Gran Bretagna, in lotta fra loro - vedeva la fioritura della produzione e dell'esportazione di raffinate sete e cotoni. Entrambe le aree, come altre ancora, si caratterizzavano per la produzione di merci "speciali" e di lusso destinate ai ceti più elevati - soprattutto occidentali - della società del tempo. Tuttavia il percorso dei sistemi produttivi locali collocati nei paesi forti e di quelli collocati nei paesi che erano in posizione subordinata sarà molto diverso nei decenni successivi.
1. Richiamiamo il significato di "rivoluzione industriale": la produzione con salariati e macchine, che aumenta fortemente la produttività e consente di mettere a disposizione di strati sociali più ampi merci a buon mercato. Tuttavia non si tratta di un processo spontaneo, frutto solo della creatività imprenditoriale e tecnologica. Lo Stato - britannico in questo caso - e la posizione di potenza mondiale giocano un ruolo chiave.
1700: mentre in Gran Bretagna la lana era il settore "protoindustriale" principale, le cotonate arrivavano dall'India (cotonina indiana o calicò, mussoline), soprattutto dal Bengala. La Compagnia delle Indie (Calcutta), stringendo un patto con gli zamindar, i mercanti-banchieri (indù) che gestivano i rapporti con i tessitori della zona, spodestò gli ultimi nabab e il residuo di potere centrale Moghul ("turchi", musulmani o cosmopoliti): battaglia di Plassey del 1757 e vittoria britannica nella "guerra mondiale" - la guerra dei sette anni - con la Francia.
Ma la stessa industria laniera impone restrizioni all'importazione dei prodotti concorrenti di cotone (fino al divieto del calicò: 1721) e i cotonieri ne approfittano. Condizioni tecniche e di mercato fanno del cotone un prodotto più "adatto" alla rivoluzione industriale ("king cotton"). In un ambiente, però, protetto dai manufatti concorrenti, mentre il grezzo poteva arrivare liberamente e a buon mercato.
D'altra parte in India il nuovo potere inglese spinge gli zamindar a diventare veri proprietari terrieri, e quindi sempre più interessati all'export di materie prime agricole, anche se resta il sistema di putting-out (lavoro a domicilio) agrario. È in questo periodo (seconda metà del '700) che si avvia in Bengala la coltivazione della juta, come materia prima per la manifattura del cordame (fabbrica in Scozia nel 1822).
L'India - il Bengala - avrebbe potuto essere produttrice di lavori in juta, come l'Italia - Firenze - era produttrice di cappelli di paglia. Ma il paese monopolista industriale, la Gran Bretagna, non lasciava in pace neanche quelli: dazi dal 50 al 150% (il viaggio di John Bowring nel 1836, come anche le minacce navali e le rappresaglie verso il Regno delle Due Sicilie e l'Egitto di Mohamed Alì).
2. L'industria della juta comunque decolla a Calcutta nella seconda metà dell'800. Siamo nel periodo di quella che, dopo l'abolizione ufficiale della schiavitù, fu definita "la seconda schiavitù" dei lavoratori indiani. I contadini e gli artigiani, rovinati dalla concorrenza internazionale e dalle vessazioni coloniali, vanno a lavorare nelle piantagioni di thè, nel sud-est asiatico e anche in Africa e nelle Americhe. C'è un traffico di forza lavoro semi-coatta. Diventa conveniente impiantare produzioni anche di prodotti finiti in loco.
Nonostante tutto, e anche grazie ai movimenti indipendentisti e gandhiani, si avviano dei sistemi produttivi locali. Fino alla decolonizzazione. La drammatica divisione tra indù e musulmani, India e Pakistan (1947), porta alla divisione tra terre produttrici di juta - in Pakistan orientale, oggi Bangladesh - e industria di lavorazione a Calcutta e nel Bengala indiano. Ricordare: la divisione religiosa è stata da sempre una tecnica di governo britannica (coloniale).
3. Quindi blocco dello sviluppo della produzione di juta. Quando riprende, lentamente, arriva la concorrenza dei prodotti sintetici occidentali (plastica, polipropilene), negli anni '60.
Da quel momento il mercato mondiale della juta, materia prima e lavorato, diventa oscillante nelle quantità e nei prezzi. In sostanza finisce per dipendere dall'andamento del prezzo del petrolio (che serve per la plastica).



Le fluttuazioni di quantità e prezzo sono enormi. Nel 1984, ad esempio, le inondazioni portano il prezzo della materia prima a 600 dollari a tonnellata, quindi i produttori investono, con un successivo eccesso di produzione e crollo del prezzo del 50%. I prezzi scendono sotto i costi di produzione. Ci sono sussidi governativi, ma non reggono a lungo. Oggi siamo come prezzo sui 450 dollari la tonnellata.
Sui prodotti finiti, invece, come al solito il Nord è protezionista. Ecco le tariffe commerciali in vigore negli anni '90 (in % sul valore del prodotto importato):



Ora, nei negoziati Wto, le tariffe sono in discussione. Ma ci sono altri metodi per sconfiggere potenziali concorrenti nei sistemi locali.
4. Juta, abaca, bambù, rattan sono produzioni locali, ma non ancora, o non più, sistemi locali che trovano mercato nel "ceto medio" mondiale in cerca di prodotti specifici e "tipici" (es. sedie di rattan all'Ikea).
I produttori sono ancora sostanzialmente dipendenti da un sistema tipo "mercati-banchieri", cioè gli intermediari/usurai locali, da un lato, e "Compagnia delle Indie", cioè il mercato mondiale, dall'altro. Non c'è stato il salto fatto dai produttori fiorentini dai cappelli di paglia alle pelletterie alla moda. Cosa è mancato?
Elementi come l'indipendenza politica, una coalizione di interessi favorevole all'industrializzazione, un "patto sociale" come nelle regioni italiane del Nord est/Centro. Certo. Ma anche, e non secondariamente, la disponibilità di capitali, di credito. Le Casse rurali del Triveneto, le Casse di risparmio e il Monte dei Paschi in Toscana, più recentemente le Banche popolari hanno svolto un ruolo cruciale per i "distretti industriali" nel fluidificare gli scambi del sistema locale e garantire anticipi per gli investimenti di imprese che a lungo sono rimaste piccole, anche se in rete fra loro.
Invece, ad esempio, in Bangladesh... Il racconto di Muhammad Yunus, il fondatore della Grameen Bank: Sufia e le altre donne del villaggio di Jobra visitato nel 1974, che erano schiave di un intermediario per un debito complessivo di 27 dollari, fabbricavano sgabelli di bambù.
La necessità di una strategia coordinata commercio equo-microfinanza (fair trade-microfinance), dove la microfinanza è lo strumento finanziario dei sistemi locali nei paesi poveri. Obiettivo: vendere oggi al "ceto medio" mondiale per modificare domani la distribuzione del reddito su scala internazionale.

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