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Fondi comuni, Banca Etica ci prova

Intervista al direttore Matteo Passini e un commento di Mameli Biasin

La prossima novità nel panorama della finanza etica italiana è costituita dai fondi comuni di investimento di Banca Etica, che dovrebbero vedere la luce nell’autunno del 2001. La questione centrale a cui si trova di fronte questo progetto è: con tali strumenti si può sfuggire alla logica della speculazione finanziaria? Abbiamo chiesto a Matteo Passini - direttore della Banca Popolare Etica - di illustrarci le motivazioni di una scelta così impegnativa e, per certi aspetti, controversa.

"I motivi sono molteplici. Innanzitutto vi è la richiesta, venuta dai nostri soci e clienti, di avere a disposizione un ulteriore strumento per investire il proprio risparmio. Inoltre vi sono, dal punto di vista della banca, delle opportunità da sviluppare: riuscire a coinvolgere più risparmiatori rispetto agli attuali e quindi diffondere maggiormente i nostri valori e, così facendo, essere più rappresentativi con possibilità di incidere sul tessuto economico e finanziario. Con i fondi riusciremo anche ad offrire un servizio maggiore al mondo non profit. Non è solo con i finanziamenti, infatti, che possiamo sostenerlo. Molte organizzazioni hanno la necessità di collocare temporaneamente la propria liquidità, e i fondi rappresentano uno strumento più redditizio e flessibile dei certificati di deposito. Sarebbe un peccato che tale liquidità affluisse alle altre banche, magari provenendo paradossalmente da un finanziamento di Banca Etica. Infine, vi è la necessità di creare un gruppo bancario forte, che faccia più cose, e riesca a generare risorse da reinvestire nell’attività a favore dei soci e dei clienti".
Chi gestirà i fondi?
"Avevamo a disposizione quattro diverse alternative: creare un fondo che investa in altri fondi etici internazionali, stipulare un accordo con una società di gestione italiana non esperta in gestioni etiche, accordarci con una società esperta, necessariamente straniera, o costituire una società di gestione ad hoc. Ognuna di queste alternative ha vantaggi e svantaggi. Abbiamo scelto l’ultima: costituire una SGR (società di gestione del risparmio), una spa controllata al 51% da Banca Etica e per il restante 49% di proprietà della Banca Popolare di Milano".
Perché proprio la Banca Popolare di Milano?
"Non possiamo pensare di fare da soli, anche perché, in tal caso, probabilmente non ci verrebbe concessa l’autorizzazione ad operare. La scelta è caduta sulla Banca Popolare di Milano perché il loro approccio ci è piaciuto. Ci hanno lasciato molta autonomia e hanno deciso di appoggiarci in questa iniziativa rendendosi conto di non possedere il know-how necessario e anche di non essere completamente credibili su questo fronte. Altre banche socie di Banca Etica hanno invece deciso di non voler cambiare le proprie strategie attuali per quanto concerne i fondi comuni".
Quale sarà il rapporto tra Banca Etica e Banca Popolare di Milano nella società?
"Banca Etica avrà un ruolo predominante, in quanto controllante, e quindi deciderà le strategie. Alla Banca Popolare di Milano verrà affidata la gestione tecnica dei fondi che noi comunque non potremmo fare in questo momento".
Quanti e quali fondi verranno lanciati sul mercato?
"Partiremo con tre fondi: un monetario, con investimenti prevalentemente in titoli di stato e commissioni bassissime; un obbligazionario misto con un massimo del 20% investito in azioni; un bilanciato con investimenti fino al 70% in azioni".
Come si distingueranno i vostri fondi dagli altri?
"Il regolamento dei fondi prevederà dei criteri, positivi e negativi, che dovranno indirizzare la scelta dei titoli su cui investire. In questo il Comitato etico di Banca Etica - che diventerà il Comitato etico di tutto il gruppo - avrà un ruolo determinante. Costituiremo inoltre un tavolo di confronto con organizzazioni tradizionalmente attente a questi aspetti - come ad esempio Amnesty International, Mani Tese, Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Con esse e con altre banche dati internazionali terremo monitorate le aziende su cui intendiamo investire".
Veniamo agli aspetti critici. I fondi comuni aperti sono obbligati ad investire in Borsa, dove prevale la logica speculativa degli investimenti a brevissimo termine. Come si concilia questo con i valori di Banca Etica?
"Indubbiamente questo è un limite notevole. D’altro canto l’obiettivo è quello di arrivare a gestire dei fondi chiusi che, essendo strumenti di sviluppo economico, sono più adatti alla finanza etica. Per il momento non possiamo farlo perché ci vuole un capitale sociale minimo di 7 miliardi. In ogni caso credo anche che la Borsa sia uno strumento da utilizzare, un po’ alla volta, per lo sviluppo dei nostri valori. Ci sarà senz’altro una minore eticità rispetto all’attività della banca, ma il grado di eticità sarà indubbiamente maggiore rispetto alle altre SGR con possibilità quindi di contaminare il sistema".
Un altro elemento critico è legato al fatto che, investendo in Borsa, non si finanzia realmente l’economia ma si opera solamente un trasferimento di risorse tra soggetti esterni alle società interessate.
"Anche questo è vero, e dovremo cercare di entrare il più possibile negli unici momenti in cui si può finanziare l’economia attraverso la Borsa: gli aumenti di capitale sociale e le emissioni di obbligazioni delle società che riterremo meritevoli di investimento. Credo però anche che non sia da sottovalutare il ruolo che la SGR potrà svolgere con il diritto di voto nelle assemblee delle varie società. In tal modo potremo intervenire, ottenere informazioni altrimenti non rese note e così facendo cercare ancora una volta di contaminare il sistema con i nostri valori di fondo".
Il singolo risparmiatore riuscirà a conoscere in tempo reale la composizione del portafoglio dei vari fondi? Riuscirete a distinguervi anche in questo dagli altri fondi che sono assolutamente privi di trasparenza?
"Costruiremo un sistema di informazione che permetta al singolo socio o risparmiatore interessato di fare non solo ciò che dici, ma anche di conoscere la composizione degli investimenti effettuati in proprio dalla società di gestione e anche dalla stessa Banca Etica".
In conclusione, ritieni che potrà funzionare lo sviluppo dei valori etici della banca attraverso questa iniziativa?
"Anche con l’attività di Banca Etica siamo entrati in un sistema che non pensa più all’economia reale ma solo alla finanza. Nel campo dei fondi sarà forse ancora più difficile contaminare il sistema. Ci vuole pazienza, ma è anche giusto che si sappia quali sono gli obiettivi che cerchiamo di realizzare. Errori certamente ne verranno commessi, ma non credo si possa fare un processo alle intenzioni che sono buone".

Banca Popolare Etica: www.bancaetica.com

Commento di Mameli Biasin di Microfinanza srl:
È davvero un peccato che Banca Etica non sia in grado, oggi, di gestire dei fondi comuni di investimento chiusi, cioè di investimento a lungo termine, che, nell’ambito del cosiddetto risparmio gestito, rappresentano lo strumento che più si avvicina ai principi della finanza etica, in quanto promotori di sviluppo dell’economia reale.
Capisco le esigenze di crescita di Banca Etica e non credo che si debba procedere solo con azioni completamente rispondenti ai valori. Sotto questo profilo è certo un bene che sia coinvolta un’altra banca. Sogno un mondo finanziario in cui le banche che agiscono con criteri etici siano molteplici e si sfidino al rialzo.
Tuttavia lo strumento dei fondi comuni aperti è in contrapposizione all’idea di sviluppo dell’economia per creare una migliore qualità della vita, che sta alla base dell’iniziativa Banca Etica. È uno strumento speculativo, e solo tale può essere in quanto il canale Borsa non consente alternative. Pensare di cambiare il sistema dall’interno mediante contaminazione - principio che condivido completamente - in questo caso non può funzionare perché i presupposti culturali da abbattere sono i pilastri del sistema.
Provo a spiegarmi.
È cosa diversa l’attività bancaria di Banca Etica che ha deciso di spendersi sul mercato facendo finanziamenti che le altre banche tendenzialmente non hanno intenzione di fare, e per lo più in un settore tradizionalmente escluso dalle iniziative bancarie. In questo caso si agisce sul sistema mettendo in discussione la sua operatività abituale. Si introducono cioè degli elementi di cultura finanziaria e di sviluppo in controtendenza, che permettono di contaminare arrivando, prima o poi, a determinare nei cambiamenti negli altri operatori e, soprattutto, nei risparmiatori.
Nel caso dei fondi comuni e della Borsa, l’attività speculativa è la sostanza stessa dello strumento e del mercato. Neanche i fondi comuni di Banca Etica potranno esimersi dallo speculare - acquistando e vendendo titoli a brevissimo termine - perché dovranno cercare di garantire dei rendimenti interessanti ai propri risparmiatori. In tal senso non credo sia più etica una speculazione su società “buone” di una speculazione generica. Tanto più che, nella stragrande maggioranza dei casi, investire su un titolo non comporta assolutamente il finanziamento del suo emittente.
L’unico aspetto che vedo positivo è rappresentato dal dare una possibilità diversa alle organizzazioni non profit di gestire la propria liquidità.
È bene che su questa questione si apra una discussione seria tra soci, clienti e, magari, anche con altri operatori bancari. È contraddittorio battersi a favore della Tobin tax e sviluppare la negoziazione in Borsa, anche con fini buoni, creando ulteriori occasioni speculative. Il fondamento culturale della finanza etica è l’investimento a lungo termine, che crea sviluppo, ed è su questo crinale che, secondo me, bisogna camminare trovando le soluzioni adeguate per contemperare le esigenze dei vari attori.

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