[ archivio ] - microfinanza srl - servizi finanziari per l’economia popolare


A Tangeri, sulla frontiera tra Nord e Sud

Giampietro Pizzo
A Tangeri, sulla Terrasse des paresseux, quando il tempo è bello e la pioggia ha lavato l’aria, la costa spagnola è talmente vicina che potresti toccarla con un solo gesto della mano. “Les paresseux” , i pigri, non sono più oggi intellettuali e scrittori venuti qui da ogni continente, e neppure miliardari eccentrici o avventurieri di ogni sorta; no, i nuovi “paresseux” hanno lo sguardo assente e gli abiti trasandati; hanno volti scuri e preoccupati.
Quegli uomini “pigri” sanno che questa città e quella “terrasse” costituiscono la frontiera fra il Nord e il Sud; sentono che già non sono più a casa loro ma non hanno ancora fatto il gran salto nell’“altro” mondo.
Tangeri è un città mediterranea, che richiama alla mente Genova e Marsiglia. Tangeri è la capitale settentrionale del Marocco e la porta d’entrata al continente africano. Tangeri è un crocevia di culture e di storie: arabi, ebrei ed europei qui hanno vissuto e convissuto per secoli.
Eppure Tangeri, oggi, sembra non essere più nulla di tutto questo: è innanzitutto una terra di nessuno, una grande sala d’attesa per andare oltre. La medina e il porto pullulano di strani turisti che vivono di espedienti e dormono in sordide pensioni, in attesa del grande viaggio.
Quando qualcuno, infine, parte, di notte, sulle tragiche pateras - le imbarcazioni clandestine che attraversano lo Stretto - verso la costa spagnola, si dice in gergo che “ha bruciato”. Che cosa ha bruciato? Tutto: documenti, memoria, passato. E come chi non ha più nulla da perdere, è pronto - come spesso accade - a morire annegato nei flutti dello Stretto.
Altri, più fortunati, questa notte, tenteranno, affidandosi ai servizi delle mafie locali, il viaggio via terra.
La frontiera, infatti, non è solo marittima ma anche terrestre. Basta - si fa per dire - attraversare la cortina di ferro che circonda Ceuta per entrare in Europa. Ceuta e Melilla sono un pezzo di Spagna in terra d’Africa, e la prossimità, fra due mondi così lontani, si fa in questo caso ancor più dolorosa. Ogni giorno, notiziari e quotidiani pubblicano il bollettino di questa guerra tragica e silenziosa: morti, feriti, dispersi, prigionieri.
Eppure Tangeri e il Rif, la regione settentrionale del Marocco, dovrebbero rappresentare il banco di prova della cooperazione mediterranea: la miglior vetrina della futura integrazione economica fra le due rive del Mediterraneo.
L’accordo di libero scambio, definito dalla Conferenza di Barcellona, entrerà in vigore nel 2010. La retorica e la politica di questo reiterato “laissez faire, laissez passer les marchandises” è ironicamente e tragicamente in rotta di collisione con questo “limes” fra società, culture e uomini. Bruciante eppure scontato questo paradosso: nessuna frontiera per merci e capitali, ma un fossato invalicabile per uomini, donne e bambini. E intanto il fiume dei “dannati della terra” s’ingrossa e la diga si fa sempre più alta.
I candidati “a farsi bruciare” sono senegalesi e nigeriani, guineani e mauritani, maliani e ivoriani; tutti figli di quella nuova diaspora che comincia nei villaggi dell’Africa subsahariana; novelli ebrei erranti che giungono fino a qui per essere traghettati sulla barca di Caronte.
A Tangeri, d’estate, le strade sono piene non solo di turisti europei che partono in cerca di emozioni alla volta del Grande Sud , ma soprattutto di RME, Ressortissants Marocains à l’Etranger. Con questa sigla tutti indicano coloro che in Marocco ce l’hanno fatta, quelli che vivono e lavorano dall’altra parte, a Parigi, Milano, Barcellona, e che ritornano, pieni di pacchi e doni, per le vacanze estive. Rispetto e invidia sono gli ingredienti con cui si parla di un RME. Gli RME sono una ricchezza nazionale e attorno a loro si costruisce un’intera economia, nonché le fortune delle grandi banche marocchine.
Le rimesse degli emigrati rappresentano una delle grandi risorse economiche del Marocco; potrebbero davvero costituire un potente volano per lo sviluppo. Quei risparmi invece sembrano destinati a viaggiare eternamente, e così , trasformati dal sistema bancario in investimenti finanziari internazionali, ritornano da dove sono venuti: a Parigi, Barcellona, Milano o, ancora più lontano, oltre Atlantico.
I capitali sono così liberi di viaggiare che restano in Marocco solo pochi giorni o poche ore; gli uomini no, loro, sono destinati a restare o a scappare di notte sulla patera di Caronte.
Quando la sera, mi fermo sulla Terrasse des Paresseux, anch’io ormai stento a guardare incantato la bellezza del paessaggio e quel filo azzurrino dell’orizzonte che descrive la costa spagnola. Mi ritrovo invece a sognare e immaginare la vita dall’altra parte, oltre la frontiera, oltre quel limes invisibile.
Non so più se quanto mi pervade sia semplice nostalgia e “saudade” oppure la sindrome della patera. Sia come sia, dò le spalle alla costa e all’Africa, così come fanno coloro, tanti, che vogliono partire. Questa è la tragedia e il dramma di questa terra ricca di storia e di cultura, di questa terra d’Africa di cui si parla troppo spesso solo in termini di miseria e di morte.
Qualcuno stasera si prepara a partire…

indice archivio


© 2001 Microfinanza - Page update: 26 | 06 | 2001