"Oltre il debito", i vicoli ciechi del G8

mercoledì 16 settembre 2009


I nuovi scenari del debito estero e l'alternativa microfinanza

Francesco Terreri
È bastato un documento al governo italiano per mettere in crisi il patrimonio di credibilità che si era conquistato sulla questione del debito estero dei paesi in via di sviluppo con le iniziative prese durante l'anno giubilare e in particolare con la legge 209 del 25 luglio 2000 sulla cancellazione dei debiti ai paesi più poveri. La proposta "Beyond debt relief", Oltre la remissione del debito, che dovrebbe costituire il contributo dell'Italia al G8 di Genova, è stata infatti ampiamente criticata da movimenti e organizzazioni non governative.
La legge 209, frutto anche del lungo lavoro di pressione della coalizione Sdebitarsi-Jubilee 2000, prevede la possibilità di annullare il debito di 66 paesi poveri verso l'Italia per un valore complessivo di 12 mila miliardi di lire entro tre anni. Tra le novità della normativa, la richiesta del parere della Corte internazionale di giustizia sulle regole del rapporto debitori-creditori e la loro coerenza con i principi dei diritti umani, e quindi un'apertura sulla proposta di arbitrato internazionale indipendente sul debito, e l'opzione di procedere, almeno nel caso dei 41 destinatari dell'iniziativa sui paesi poveri e altamente indebitati (Hipc), anche senza concordare l'intervento con gli altri creditori.
Su questa base, sia pur alla chetichella, il governo ha annunciato a gennaio di aver sottoscritto impegni di cancellazione di tutti i crediti di natura pubblica verso 22 paesi poverissimi, per un ammontare totale di circa 4 mila miliardi di lire. Per la precisione, hanno spiegato i funzionari del Tesoro, sono stati cancellati 1,9 miliardi di dollari di crediti d'aiuto e commerciali verso 14 paesi africani (Benin, Burkina Faso, Camerun, Guinea Bissau, Guinea Conakri, Madagascar, Mali, Mauritania, Mozambico, Sao Tomè, Senegal, Tanzania, Uganda, Zambia) e 3 latinoamericani (Bolivia, Honduras e Nicaragua), mentre per cinque paesi (Gambia, Guyana, Malawi, Niger e Ruanda) l'impegno è politico perché non ci sono debiti verso l'Italia.
Il documento "Beyond debt relief" non nega tutto ciò. Colloca decisamente le iniziative italiane nell'ambito della Hipc che avrebbe dato "un sostanziale contributo alla lotta contro la povertà". Anche se Sdebitarsi e le coalizioni internazionali come Drop the Debt ed Eurodad hanno giustamente sottolineato che dei 41 paesi poveri e altamente indebitati ai quali dovrebbero essere cancellati da tutti i creditori 100 miliardi di dollari di debito, finora ne vengono presi in considerazione solo 22, per un debito di 34 miliardi di dollari, e le cancellazioni effettive sono state di soli 12 miliardi di dollari. Ma la contestazione principale a "Beyond debt relief" è che "oltre il debito", nella prospettiva che viene delineata, non vi sarebbero altro che la liberalizzazione del commercio e degli investimenti internazionali, visti come favorevoli ai paesi più poveri, nonché un'iniziativa straordinaria che dovrebbe coinvolgere le prime mille imprese multinazionali del mondo, a cui si chiede di donare 500 mila dollari ciascuna per alimentare un fondo internazionale per interventi nella sanità e nell'istruzione. "Un progetto caritatevole finanziato dagli stessi che oggi generano povertà" è stato definito su AltrEconomia da padre Alex Zanotelli e Francuccio Gesualdi, due leaders dei movimenti italiani critici verso l'attuale processo di globalizzazione.

Tuttavia per capire cosa c'è che non va nella proposta "Beyond debt relief", perché gli attuali processi Hipc sono insufficienti e come andare "oltre il debito" verso quella "finanza per lo sviluppo" di cui si parlerà alla conferenza dell'Onu prevista nella primavera 2002 in Messico, è necessario guardare quali sono le tendenze nel mercato creditizio internazionale. Ad esaminare i dati, infatti, si scopre che:
a) il debito dei paesi in via di sviluppo con le banche private diminuisce nella parte "capitali freschi" perché il credito va verso le zone ricche del mondo, anche se non diminuisce come arretrati da pagare;
b) ai privati si sostituiscono gli Stati e le istituzioni internazionali, anche con interventi "di salvataggio", e quindi le cancellazioni dei crediti pubblici tipo Hipc - pur meritorie - rincorrono un debito che si sta incrementando;
c) parti crescenti del debito sono piazzate sul mercato tramite fondi di investimento speculativi (hedge funds) e quindi sfuggono ai negoziati internazionali;
d) gli stessi investimenti diretti possono essere di natura speculativa, e non a lungo termine, soprattutto quando si tratta di svendite delle imprese pubbliche dei paesi del Sud ( o dell'Est).
Commercio e investimenti possono giocare davvero un ruolo nella fuoruscita dal debito ingiusto e insostenibile, ma occorre porre alcune discriminanti: la struttura del mercato in cui si svolge il commercio - consente l'accesso ai piccoli produttori o è un oligopolio delle multinazionali del Nord? - e la prospettiva dell'investimento. In mercati finanziari dove il 95% delle operazioni è speculativo a breve termine, l'investimento diretto innovativo è quello a lungo termine che "scommette" sulla crescita del paese ospite.

a-b) Su un debito estero complessivo dei paesi del Sud del mondo cresciuto da 1.460 miliardi di dollari nel '90 a 2.554 miliardi di dollari nel '99 [World Bank, Global Development Finance 2000], la quota del debito pubblico o garantito dagli Stati è prima scesa dal 76,4% al 60,3% del totale tra il '90 e il '98, ma con il '99 ha ricominciato a salire (62%), mentre i debiti verso privati - essenzialmente banche - sono cresciuti dal 4,5% a inizio decennio fino a sfiorare il 20%, ma ora sono ridiscesi al 19%. Ancora più nettamente si osserva la tendenza nei dati sull'esposizione bancaria [rapporti della Banca dei Regolamenti Internazionali]. I crediti delle banche verso i paesi in via di sviluppo al dicembre '97 ammontavano a 772 miliardi di dollari. Al settembre 2000 erano scesi a 673 miliardi di dollari, quasi 100 miliardi di dollari in meno. Queste cifre non comprendono gli interessi arretrati non ancora capitalizzati.

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L'Italia in questo quadro è solo parzialmente in controtendenza. I crediti delle banche italiane verso l'Asia scendono in tre anni da 4 a 3 miliardi di dollari e quelli verso l'Africa da 3 a 2. Il Medio Oriente è fermo a 2 miliardi mentre, a sorpresa, cresce l'America Latina: le banche italiane hanno aumentato i finanziamenti verso quell'area tra il '97 e il 2000 da 12 a 19 miliardi di dollari.

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I dati per paese, che mostrano in diversi casi una diminuzione del debito di paesi poveri, non sono necessariamente rassicuranti. Mostrano un certo abbandono delle aree più impoverite, salvo quando vi siano occasioni di lucro, come è il caso del sorprendente dato della Liberia, dove l'esposizione delle banche italiane è cresciuta (ricordiamo che tuttora in Liberia c'è una banca locale controllata da Mediobanca). Anche il dato del Perù - e forse di altri paesi sudamericani e della Turchia - è legato a fenomeni in crescita come lo sviluppo della "titolarizzazione" (securitization) del debito.
c) Complessivamente al dicembre 2000 lo stock di obbligazioni e altri titoli di debito dei paesi del Sud è arrivato a 455 miliardi di dollari, anche se nel periodo più recente le emissioni di questi strumenti sono diminuite e si sono spostate verso il mercato "monetario", cioè a breve termine. Insomma il debito è comprato e venduto freneticamente sui mercati finanziari.
Sempre più i soggetti di queste operazioni sono fondi di investimento speculativi (hedge funds), di cui recentemente sono stati ammessi i primi sul mercato italiano. Ce ne sono di quelli soprannominati "fondi avvoltoio" come l'Elliot Associates di New York, protagonista di acquisti di quote svalutate proprio del debito del Perù e di successive azioni legali vincenti contro lo stesso Perù per la restituzione integrale del debito. Come ha notato Liana Cisneros di Jubilee 2000 America Latina "stanno crescendo questi nuovi processi di gestione del debito che vedono privati investitori speculare sulle difficoltà di un paese impoverito e sprofondato nei debiti".
d) Anche gli investimenti diretti, fortemente cresciuti in questi anni, acquisiscono spesso un carattere speculativo. Nel '99 hanno costituito l'85% di tutti i flussi privati a lungo termine verso i paesi del Sud del mondo. Ma il 64% di essi è andato in cinque soli paesi e, come nota la stessa Banca Mondiale, "privatizzazioni, fusioni e acquisizioni hanno stimolato gli incrementi dell'investimento diretto e il più basso costo delle strutture riflette le ampie svalutazioni del tasso di cambio". Come a dire che si acquistano imprese a buon mercato, magari per rivenderle a migliori offerenti.

Il quadro che emerge dai dati mette in discussione lo scenario ipotizzato dal documento del governo italiano per il G8 di Genova. Se si vuole aprire la strada ad un'alternativa all'attuale debito ingiusto, non si può sfuggire alla necessità di precisare "quale" commercio, "quali" investimenti e "quale" credito aiutano a sconfiggere la povertà. Qui si inserisce la possibilità di accompagnare la riduzione e la cancellazione del debito con iniziative per nuove relazioni finanziarie, a partire da risorse che possono mettere a disposizione i governi, che dovrebbero essere richieste alle stesse banche private e che possono essere raccolte tra il pubblico tramite fondi etici per lo sviluppo.
Il commercio equo e solidale (fair trade) e la microfinanza rappresentano due punti di attacco fondamentali nella promozione di nuove e più incisive politiche di sviluppo. Entrambi sono cresciuti in questi anni. I programmi di microcredito raggiungono nel mondo 24 milioni di persone, il fair trade coinvolge almeno 5 milioni di persone. Ma quest'ultima è una stima per difetto, perché di commercio equo non codificato ce n'è di più. Si tratta dei tentativi di aprire spazi di mercato solidale e di sviluppo locale (si pensi al recente incontro a Porto Alegre tra Stedile, Sem Terra, e Bovè, contadini francesi).
In particolare abbiamo bisogno di far uscire la microfinanza, e in generale la finanza etica per e nel Sud del mondo, dall'unico ruolo di "via non assistenziale per uscire dalla povertà estrema". La microfinanza può essere invece, in senso più vasto, la finanza delle microimprese, dei piccoli produttori e dei sistemi locali di economia popolare. Un solo esempio: l'anno scorso l'Italia ha deciso di convertire una parte del debito del Marocco in fondi per lo sviluppo. Esiste ad esempio un fondo di 15 milioni di dollari di crediti d'aiuto per la promozione dell'import-export tra piccole imprese. È lì fermo, non si sa bene cosa farci. Eppure di microimprese e di sistemi locali in Marocco, dalle campagne alle piccole manifatture del nord, da coinvolgere ce ne sarebbero molte. È un terreno decisivo per uscire dalla trappola del debito dei governi verso il credito ai popoli.

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